L’amministratore delegato di QatarEnergy ha dichiarato a Reuters che gli attacchi iraniani hanno messo fuori uso il 17% della capacità di esportazione di gas naturale liquefatto (LNG) del Qatar, causando una perdita stimata di 20 miliardi di dollari di fatturato annuo e minacciando le forniture a Europa e Asia.
Due dei 14 treni LNG del Qatar e uno dei due impianti gas-to-liquids (GTL) sono stati danneggiati negli attacchi. I lavori di riparazione metteranno fuori servizio 12,8 milioni di tonnellate annue di LNG per un periodo da tre a cinque anni.
QatarEnergy, di proprietà statale, potrebbe dover dichiarare force majeure sui contratti a lungo termine per le forniture di LNG destinate a Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina, a causa dei due treni danneggiati. Il colosso petrolifero statunitense ExxonMobil è partner degli impianti colpiti. Il costo di costruzione delle unità danneggiate è stimato in circa 26 miliardi di dollari.
Le ripercussioni vanno ben oltre il GNL: le esportazioni di condensati caleranno di circa il 24%, il gas di petrolio liquefatto (GPL) del 13%, la produzione di elio del 14%, mentre nafta e zolfo scenderanno entrambi del 6%.
Gli attacchi iraniani sono arrivati dopo che Israele aveva bombardato il giacimento di gas South Pars in Iran, nell’ambito dell’escalation del conflitto USA-Israele contro Teheran. In rappresaglia, l’Iran ha colpito la Ras Laffan Industrial City del Qatar, causando “danni ingenti” e incendi a più impianti LNG.
Il Qatar rappresenta circa il 20% delle esportazioni mondiali di LNG. La produzione era già stata sospesa il 2 marzo a seguito di precedenti attacchi iraniani con droni.
Gli analisti di Wood Mackenzie hanno avvertito che “gli attacchi ridisegnano fondamentalmente le prospettive globali del GNL”, con interruzioni all’approvvigionamento mondiale di gas naturale che potrebbero durare ben oltre due mesi. Una storia enorme, con implicazioni strutturali per i mercati energetici globali — l’Italia è tra i destinatari dei contratti LNG sotto potenziale force majeure.
Un drammatico shock di offerta
Per chiarire: è in corso un drammatico shock di offerta, la cui portata potrebbe non essere ancora stata pienamente percepita e recepita dai mercati. E l’Europa rischia di esserne travolta, con impatti gravi sulle capacità di esportazione. All’interno del continente, la situazione dei singoli paesi è variegata.
Nei giorni scorsi è stato pubblicato un report del think tank energetico Ember, la cui missione è quella di perorare la causa delle rinnovabili, in cui si analizza lo shock energetico, identificando paesi più e meno colpiti.
Il rapporto è impietoso nei confronti dell’Italia, che emerge come il paese più esposto tra quelli con parchi di generazione a gas significativi:
- Il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità nell’89% delle ore del 2026 finora — contro il 15% della Spagna, il 40% della Germania e il 42% dei Paesi Bassi. Un dato che non lascia spazio a interpretazioni.
- L’Italia è anche tra i paesi con la maggiore dipendenza diretta dal GNL qatariota: nel primo semestre 2025, il 36% delle importazioni di LNG italiane provenivano dal Qatar — la quota più alta tra i paesi europei citati, davanti al Belgio (24%).
- Come conseguenza, i prezzi dell’elettricità in Italia hanno già raggiunto i massimi annuali nella prima settimana di marzo, con punte di volatilità nelle ore mattutine e serali, quando il gas domina il mix.

Il rapporto demolisce esplicitamente la proposta italiana di rimborsare il costo della CO₂ agli impianti a gas (EU-ETS):
- Il costo del carbonio vale al massimo il 10% della bolletta elettrica finale delle famiglie — meno dell’IVA media europea sull’elettricità (18%).
- L’aumento del prezzo del gas pesa sull’elettricità il doppio rispetto al costo del carbonio.
- Rimuovere il carbon cost non proteggerebbe i consumatori dalla volatilità delle commodity. Sarebbe molto più efficace spostare tasse e oneri dalla bolletta elettrica — una leva più certa e meno distorsiva.
- Intervenire ora sui mercati elettrici significa cambiare le regole a partita in corso, aumentare l’incertezza e rallentare gli investimenti nelle rinnovabili.
Il report elogia la Spagna — che ha investito massicciamente in solare ed eolico — che ha di fatto disaccoppiato il prezzo dell’elettricità dal gas: i prezzi medi restano sotto il costo marginale della generazione a gas anche durante la crisi. Ember indica questo come il solo percorso credibile di resilienza: rinnovabili, batterie, flessibilità della domanda ed elettrificazione. Non riforme di mercato reattive o sussidi ai combustibili fossili.
Le rinnovabili non raccontano tutto
I numeri sono oggettivamente impietosi contro il nostro paese ma la benevolenza di Ember nei confronti del modello spagnolo centrato sulle rinnovabili non racconta tutto: nel sistema a prezzi marginali, se la fonte preferita non riesce a coprire tutta la domanda in un dato momento, entrano i turbogas — e fissano il prezzo per tutti. Il fatto che un paese produca il 50-60% di elettricità da fonti pulite su base annua non conta: conta quante ore il gas rimane l’unità marginale.
L’esempio più istruttivo è il Regno Unito: genera oltre la metà dell’elettricità da rinnovabili e nucleare, eppure il gas fissa il prezzo nei due terzi delle ore. Risultato: uno dei prezzi dell’elettricità più alti d’Europa. Investire nelle rinnovabili è condizione necessaria ma non sufficiente.
Nell’analisi FT, della brava Camilla Palladino, si evidenzia che la Spagna ha ottenuto il risultato eccezionale (gas è risultato price-setter solo nel 15% delle ore) grazie a una combinazione di fattori:
- Nucleare: il 20% della generazione annua — il doppio della quota britannica — garantisce una base stabile e dispacciabile, indipendente dal gas.
- Rinnovabili: solare, eolico e idroelettrico si coprono a vicenda in stagioni e momenti diversi della giornata.
- “Buona sorte” meteo: un inverno particolarmente ventoso e piovoso ha massimizzato la produzione idroelettrica ed eolica.
Il risultato è un prezzo atteso per l’elettricità nel resto del 2026 intorno a €66/MWh — la metà esatta dell’Italia. Il confronto con l’Italia è brutale e non lascia scampo: per noi, prezzi attesi circa €130/MWh per il secondo trimestre 2026. Il gas è price-setter nell’89% delle ore — il peggiore tra i grandi paesi europei. Zero nucleare, nessun complemento stabile alla variabilità delle rinnovabili.
L’articolo non lo dice esplicitamente, ma la logica è difficile da aggirare: la Francia tiene basso il price-setting grazie al nucleare; la Spagna ci riesce combinando nucleare + rinnovabili + idroelettrico. L’Italia, che ha rinunciato al nucleare per referendum e non ha ancora un mix rinnovabile abbastanza profondo e diversificato da coprire le ore critiche, paga il prezzo più alto.
In sintesi: il FT aggiunge alla fotografia di Ember una chiave di lettura più sofisticata — non è la quota di rinnovabili che conta, ma la capacità di marginalizzare il gas in ogni fascia oraria. E per farlo serve un mix con almeno una fonte programmabile non-fossile. Che sia nucleare (Francia) o idroelettrico (Nordici) o una combinazione virtuosa (Spagna), non importa. L’Italia, che non ha nessuna di queste componenti in misura sufficiente, è strutturalmente indifesa.
Coerenza logica vs. incoerenza temporale
Ora, sono ragionevolmente certo che qualcuno tra voi penserà che io sono “incoerente”, nel senso che ora starei difendendo il nucleare. Ho quasi perso la speranza di fami comprendere da tutti (come diceva quel claim pubblicitario di molti anni addietro, “per molti, ma non per tutti”).
Non c’è alcuna incoerenza, a dirla tutta. Andiamo con ordine. La Spagna è un “modello”, soprattutto per la nostra sinistra? Sì ma si omette che il loro mix energetico contiene ancora un robusto baseload di nucleare, pur se anch’esso teoricamente avviato a dismissione (quando lo vedrò, ci crederò). Il mix virtuoso spagnolo lo abbiamo analizzato in dettaglio: non è merito esclusivo delle rinnovabili. Soprattutto, le rinnovabili mantengono il non trascurabile problema dell’intermittenza, e il catastrofico blackout spagnolo dello scorso anno ci ha anche spiegato che se si sottoinveste in batterie, prima o poi la randellata arriva.
Eh, ma allora, presto ché è tardi: subito tanti bei reattori, grandi e piccini, al tavolo 4!, diranno i miei entusiasti lettori nuclearisti da social. Immantinente: subito in microonde e per domani a colazione saranno fragranti e profumati. Ve l’hanno spiegata quella dell’incoerenza temporale? Eppure è meno ostica della relatività ristretta, credo.
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Ma allora, che fare? Chiedere di sospendere l’ETS è richiesta dettata dalla disperazione italiana, oltre che in questo momento minoritaria in Ue, mi pare. Allo stesso modo, reiterare ossessivamente che “ci vogliono gli eurobond”, come fa il povero presidente pro tempore di Confindustria, magari mentre intona l’altra giaculatoria “l’Europa si deve svegliare” – che a questo punto credo sia una proiezione psicanalitica – serve esattamente a nulla. Nel senso che equivale a dire “presto, gli altri paesi europei accorrano a sussidiare il nostro gas!” Vi pare?
Quando la Commissione Ue dice che “potete agire sugli aiuti di stato”, lascia noi italiani con l’amaro in bocca e in mutande, ma questa è la triste verità: articolo Quinto, chi ha i soldi ha vinto. Ma noi questo concetto proprio non riusciamo a memorizzarlo. Pensiamo a chiedere le accise mobili (qual piuma al vento) da sinistra – quelli dei sussidi ambientalmente dannosi – a cui da destra risponde una misura demenzial-elettorale della durata di 20 (venti) giorni, al modico prezzo di mezzo miliardo, coperta con tagli ai ministeri (sic).
Perché, vedete, il nostro problema di italiani è sempre quello: credere che il tradeoff non esista, o fingere di non conoscerlo quando ci viene incontro. L’offerta energetica viene distrutta? Che ci frega, noi sussidiamo la domanda. Le benedette curve, ricordate? No, non le ricordate.
Ma quindi, come finirà? Può finire in un modo: tagliare oneri dalle bollette e schiantarli in fiscalità generale, se si vuole evitare di fare deficit ed essere randellati dai mercati. È una buona soluzione? No, ma alla fine rischia di essere l’unica offerta dalla realtà, per evitare un’ecatombe produttiva. Ma è molto più semplice dire che le rinnovabili sono la salvezza (senza dettagli di contorno) oppure che bisogna tappezzare il paesaggio di tanti piccoli deliziosi reattori modulari, ad oggi frutto di fantasie. Quelle che fanno infoiare i liberali con tante b e i loro pittoreschi influencer social.
(Immagine creata con Gemini 3 Pro)