Nella condizione di pre-bancarotta civile e culturale prima che economica in cui si trova l’Italia, non stupisce che alcuni proiettili d’argento tendano a ricorrere, vere e proprie idee-zombie che si alimentano di ignoranza e furbizia. Ecco perché non poteva non tornare il mitologico contrasto d’interessi.

Sul Sole, l’editoriale del sabato di Alessandro Penati questa settimana è dedicato al tormentone della patrimoniale, lo strumento che nel corso degli anni consentirà di mantenere solvibile lo stato fallito chiamato Italia. Secondo Penati, ci sarebbero tre “modelli” di patrimoniale applicabili al caso italiano, che egli passa in rassegna critica.

Mentre tutte le maggiori banche italiane, presentando i contri trimestrali, informano che procederanno a ridurre lo stock in portafoglio di titoli di stato nazionali, nella finanza tricolore c’è chi va patriotticamente controtendenza, con argomentazioni da inversione del flusso causale o meglio con nostalgia dei ruggenti anni Settanta.

La notizia del giorno è che BlackRock, il più grande asset manager del pianeta, non parteciperà al salvataggio di Carige. C’è da dire che l’intera vicenda non è mai stata chiarissima, dalla sua genesi. Ad esempio, a me non è mai stato chiaro per quale motivo BlackRock, che nella vita fa altro e su ben altra scala, avrebbe dovuto comprarsi una banchetta regionale italiana in amministrazione straordinaria. Ho sempre avuto una immaginazione assai limitata, ve lo confesso.

Qualche spigolatura dalle “Previsioni di primavera” della Commissione europea sulle economie dell’Unione europea. Col solito caveat: sono previsioni, non la costante di gravitazione universale. Indicano, qui ed ora, direzione di marcia e velocità di crociera dell’economia. Soprattutto comparativamente, tra paesi. Lo dico per aiutare prestigiosi economisti prestati alla direzione di giornali (cartacei ed online) a non ripetere in futuro che le previsioni “sono come l’oroscopo” o che “gli economisti non ci prendono mai”. Se per un attimo togliete sciarpa e fischietto, vi spiego alcune cose di ordine qualitativo ma pur sempre utili.

Un deficit spending pro-business e pro-ciclico è la ricetta di The Donald. Quale futuro per gli Usa: dal “socialismo per le imprese” a quello per le persone?

di Mario Seminerio – Il Foglio

La politica economica di Donald Trump è sin qui stata un tentativo di rivitalizzare la old economy ma senza particolare successo, come del resto era logico attendersi. La tecnologia evolve e lascia sul campo di battaglia molte figure professionali e molte storie personali, che devono essere aiutate in modi differenti dal vagheggiato ritorno di carbone e acciaierie.

So che non è esattamente un evento destinato a cambiare il corso della storia, ma ieri il M5S ha presentato la sua cosiddetta piattaforma per le elezioni europee, articolata in dieci punti. Si tratta di un pregevole esercizio di satira di cui merita dare conto, ma anche della rappresentazione amplificata e deformata di un tratto culturale dominante di questo paese: l’arte dello scrocco. Qui elevata a scala continentale.

Ieri è stata una giornata di grande eccitazione, nello stagno italiano. La pubblicazione di due dati economici ha infatti prodotto una sarabanda di festeggiamenti, spruzzate di analisi a sfondo sociologico e titillato spiriti di rivalsa degni di miglior causa. Su tutto, prevale una robusta ignoranza che porta a discettare di cose e cause che semplicemente non si conoscono.