Mentre attendiamo con ansia il mese di settembre per capire che faranno i tedeschi di Draghi, anche se il vigore dialettico sta rapidamente salendo a livelli di insulti di stampo italiano, può essere utile ricordare che nel mondo, oltre all’Eurozona, ci sono altre due grandi aree di potenziale crisi. Queste aree sono Stati Uniti e Cina.

Nei giorni scorsi, negli Stati Uniti, ha tenuto banco una polemica a tratti molto aspra nei confronti dello storico britannico Niall Ferguson, docente ad Harvard. Il quale, in un editoriale-cover story di endorsement a Romney-Ryan pubblicato su Newsweek, criticava l’Obamacare affermando che non è vero che le misure in esso previste non si tradurranno in un aumento del deficit. Le cose non stanno in questi termini, ma questo è ancora nulla.

E così Mitt Romney ha scelto come proprio vice, nella corsa alla Casa Bianca, il deputato del Wisconsin Paul Ryan, 42 anni, presidente del Budget Committee della Camera dei Rappresentanti, al suo settimo mandato al Congresso. Ryan è un ultraconservatore fiscale che lo scorso anno presentò un progetto di riforma degli entitlements che di fatto smantellava Medicare e (soprattutto) Medicaid.

Oggi sul Ft c’è un commento dello strategist canadese David Rosenberg, ex Merrill Lynch e non esattamente un epigono del dottor Pangloss. Degli Stati Uniti che crescono poco e nulla, malgrado anni passati con un rapporto deficit-Pil intorno al 10 per cento abbiamo detto più volte, così come di una Fed che ormai sta arrampicandosi sugli specchi per stimolare l’economia, e si accinge forse a tentare il terzo episodio dell’easing quantitativo o una communication policy che affermi che i tassi resteranno a zero “almeno fino” al 2015 anziché al 2014. Sarà interessante chiedersi cosa accadrà quando gli Stati Uniti dovranno fatalmente mettere mano al deficit, l’anno prossimo o giù di lì.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano Zona Euro

Non è ancora chiara la dinamica della enorme perdita, stimata parzialmente a due miliardi di dollari, prodottasi nella struttura londinese di JPMorgan nota come Chief Investment Office (CIO) tra la fine del primo trimestre e la precipitosa conferenza stampa convocata dal dominus della banca, Jamie Dimon, pochi giorni addietro. Le ipotesi sono diverse, tutte verosimili. Si è parlato (lo ha fatto lo stesso Dimon) di incaute operazioni di “copertura”, ma pare evidente che di copertura non si trattasse.

(Post tecnico-finanziario. Non chiamate gli economisti, qui non possono aiutarvi)

Ieri il CEO di JPMorgan, l’onnipotente Jamie Dimon, ha confessato che la sua banca dalla fine di marzo ha sofferto perdite per 2 miliardi di dollari sul suo portafoglio sintetico di credito, riconducibili all’attività della struttura londinese nota come Chief Investment Office (CIO). Alcuni utili da realizzo di posizioni ridurranno la perdita, ma l’unità dovrebbe chiudere il primo trimestre con una perdita di 800 milioni di dollari, rispetto a precedenti previsioni che ipotizzavano un utile di 200 milioni di dollari. Da una prima, sommaria analisi, pare che l’operazione sia frutto di un movimento avverso della cosiddetta base e del rischio ad essa connesso, che in finanza ne ammazza più della spada.