Tra meno di tre mesi saranno passati due anni dal trauma del crollo del Ponte Morandi. Due anni durante i quali, oltre ad aver assistito alla ricostruzione a tempi di record del ponte, circostanza che ha indotto molti a credere di aver trovato l’ennesimo proiettile d’argento per questo disgraziato paese (investimenti infrastrutturali “commissariati” ed effettuati in condizioni di ossimorica “normalità emergenziale”), abbiamo assistito anche al balletto indecente su “revochiamo, non revochiamo” la concessione ai Benetton. Come alcuni tra voi ricorderanno, era (avevo) già tutto previsto. Incluso lo stallo.

Poiché in questo paese tutto ritorna uguale a se stesso, oggi leggiamo sui quotidiani del ritorno della magica “riforma fiscale”. Quella che solleverà il paese tirandolo per le stringhe. Come sempre, le parole d’ordine sono “semplificazione”, “progressività”, “riduzione del carico fiscale su lavoro e impresa”, e così spero di voi. La novità è che “qualcuno” pensa di usare indirettamente il “tesorettone” del Recovery Fund per giungere a queste eterne pietre miliari.

Che Recovery Fund sarà? Uno fatto di sole sovvenzioni, di soli prestiti o di un mix dei due? E con quali condizioni, che comunque ci saranno, con buona pace dei desiderata italiani, che come sempre sono in modalità (negoziale?) datece li sordi senza fiatà? Ma, a parte ciò, con Michele parliamo anche della cosa in cui ho creduto per molti anni, ma a cui ora non credo più.

La notizia del giorno, almeno a mio irrilevante giudizio, è la condizione di pre-catastrofe che incombe sugli impianti Arcelor Mittal italiani, le cui perdite operative sarebbero letteralmente esplose, a causa del fermo pandemico. Che tuttavia si è sommato alla condizione di strutturale eccedenza di capacità produttiva, che persisteva da anni, esacerbata dalla guerra commerciale sino-americana.