A noi non ci han fregato gli studi classici

Oggi sul Foglio compare la replica con cui lo zar della spending review, Yoram Gutgeld, tenta di confutare i numeri di Veronica De Romanis, secondo i quali i leggendari risparmi di spesa pubblica per 25 miliardi di euro, frutto di “iniziative intraprese tra il 2014 e il 2015 e la legge di Stabilità 2016” si risolvono in realtà in una “variazione netta negativa” di spese per soli 360 milioni, di cui 319 in conto capitale.

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La spending review nel paese della Bestia insaziabile

Ieri abbiamo appreso da Sergio Rizzo sul Corriere i numeri delle Ferrovie Sud Est (FSE), la compagnia ferroviaria pugliese controllata dal Ministero delle Infrastrutture, assurta a notorietà nazionale dopo che il nuovo capo azienda nominato da Graziano Delrio ha deciso di mettere il naso nei suoi conti. Sono numeri che testimoniano, se mai ve ne fosse bisogno, lo stato di decomposizione di ampie parti del settore pubblico allargato di questo paese, quello che contribuisce al sanguinamento dei conti pubblici ma soprattutto alla drammatica inefficienza della missione pubblica.

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A noi ci han fregato gli studi classici

Oggi, sull’edizione genovese di Repubblica, c’è un editoriale di Vittorio Coletti che, a partire dal titolo (di cui l’autore non ha ovviamente responsabilità alcuna ma che bene ne sintetizza il pensiero) spiega in modo palmare perché questo paese si è ormai da tempo incamminato sulla strada del declino o più propriamente del dissesto anche a causa del suo modello culturale mainstream: quello che rigetta cause ed effetti, vive del proprio provincialismo facilone (in cui “tutto si aggiusta”) e riesce ad incolpare dei propri fallimenti un’entità esterna e remota. Il tutto con una generosa spruzzata di quell'”anticapitalismo” di maniera che infiniti lutti addusse agli italici.

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Il settimanale – 19/3/2016

Vivi, vitali, vibranti, praticamente morti; Bugie, dannate bugie, statistiche e governo Renzi; Alla ricerca della copertura perduta, dopo due anni passati a buttare deficit nello sciacquone; Eppure è così facile trovare coperture, chiedete ai grillini; Piccoli Nobel impazzano: come scambiare le partite correnti per il bilancio pubblico; Due debolezze non fanno una forza, pare; Ecco le specificità delle banche italiane … Leggi

Capri espiatori e conflitti con la realtà

Ma è vero che quei cattivoni della vigilanza unica europa (SSM, Single Supervisory Mechanism) stanno sabotando l’aggregazione tra due importanti banche ex popolari italiane? È vero che ce l’hanno sempre tutti con noi italiani perché siamo piccoli e neri, il mondo non ci capisce e non riesce a cogliere tutte le nostre specificità, inclusa l’esigenza di avere un cda simile ad un comitato centrale di sovietica memoria, densamente popolato di specialisti in non-è-chiaro-cosa?

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Coperte corte e lingue lunghe

Come noto, Matteo Renzi è impegnato in uno strenuo braccio di ferro con la Commissione Ue per ottenere la “flessibilità” necessaria di fatto a disinnescare le clausole di salvaguardia anche nel 2017. Come abbiamo più volte osservato, il premier si è messo spalle al muro da solo, col rinvio della resa dei conti per due leggi di Stabilità consecutive, ed ora ha bisogno di sconti fiscali protratti e reiterati, altrimenti sono guai. Sarebbero (saranno) comunque guai, per motivi più o meno facilmente intuibili che ribadiremo sotto, ma oggi vogliamo dedicarci all’analisi di alcune meravigliose idee di detassazione coltivate dal nostro esecutivo. Perché l’economia è e resta la “scienza” della coperta corta.

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Avanzi di narrativa

Oggi, parlando alla Camera, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha affrontato un tema molto pop, per gli italiani alla spasmodica ricerca di un capro espiatorio esterno per giustificare i propri guai. Un tema che in astratto avrebbe anche qualche fondamento ma che viene declinato da Renzi in un modo buffo, che pare indicare che il Nostro ha in testa una discreta confusione macroeconomica.

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Senza coperture si vedono le (cinque) stelle

Alla Camera è giunto in discussione uno stagionato ddl di iniziativa popolare presentato dai movimenti per l’acqua pubblica nel lontano 2007, e “rivitalizzato” in questa legislatura da un intergruppo parlamentare in cui figurano deputati di Pd, Sel e M5S, che ha prodotto una proposta di legge, a prima firmataria la deputata del M5S Federica Daga, che qualifica l’acqua come “diritto umano”, centrata sulla erogazione giornaliera di 50 litri pro capite finanziata a mezzo di fiscalità generale e prevede che proprietà e gestione delle risorse idriche siano pubbliche. E sin qui, tutto bene, all’incirca. I problemi sorgono quando si arriva alle coperture finanziarie del grande progetto. Avevate dubbi che la criticità sarebbe stata questa? Noi no, per nulla.

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