di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Durante la conferenza stampa successiva alla riunione periodica della Banca centrale europea, Mario Draghi ha confermato la presenza di rischi al ribasso per crescita ed inflazione, derivanti dalle ripercussioni del deterioramento economico nei paesi emergenti. Di conseguenza, si rende necessaria una revisione del grado di accomodamento della politica monetaria della zona euro, che avverrà nel corso della riunione della Bce di dicembre, quando si conosceranno le nuove previsioni per l’economia.

Pubblicata sul sito del MEF la Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2015, la cornice per la legge di Stabilità che sarà licenziata dal consiglio dei ministri ed inviata alla Commissione europea tra poco meno di un mese. Dai numeri contenuti nell’aggiornamento si colgono subito quelle che sono le chiavi di volta della costruzione governativa: una politica fiscale che diventa espansiva, sia in assoluto che rispetto al ciclo economico, ed una crescita del Pil nominale che fa un balzo rispetto a quella del 2015, anche grazie all’aumento del deflatore, cioè dei prezzi.

In Cina, alle prese con una forte pressione al deflusso di capitali, le autorità hanno ordinato alle banche di aumentare i controlli nei confronti degli esportatori, per ridurre il rischio di operazioni di sovrafatturazione, utilizzate per fare uscire capitali dal paese. Nel frattempo, non si arresta la pressione sulle valute dei paesi emergenti. Oggi il real brasiliano sta perdendo oltre il 3% contro dollaro, dopo che l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha privato il paese del rating investment grade, a causa delle sempre più difficili condizioni di bilancio pubblico, mentre l’inflazione resta sopra il 9% e la disoccupazione ha spiccato il volo.

(Post solo vagamente tecnico, non fatevi spaventare dal titolo)

Nella misurazione del Pil e della sua variazione, oltre alle grandezze reali (cioè depurate dall’inflazione), è importante ed opportuno considerare anche le grandezze nominali, cioè inclusive dell’effetto-prezzi. Questo perché il servizio del debito avviene su base nominale e contrattualmente predeterminata. In altri termini, le cedole del debito pubblico vanno pagate al livello prefissato in sede di emissione di un titolo, a prescindere dal tasso di inflazione o deflazione che un paese sperimenta.

La stima finale del Pil italiano del secondo trimestre, rivisto al rialzo a +0,3% trimestrale da +0,2%, mostra determinanti di crescita molto differenti da quelle del primo trimestre. La cosa non stupisce, ma visto che il nuovo sport nazionale sembra essere diventato quello di leggere singoli dati e proiettarli nella stratosfera (qualcosa di cui parleranno i libri della miserevole storia patria, al capitolo Matteo Renzi), è utile fare un minimo di analisi con velleitarie finalità divulgative.

Ieri, su Avvenire, il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, ha riflettuto sul dato di Pil italiano del secondo trimestre e su come stimolare lo sviluppo, identificando correttamente il più o meno ingente deficit di investimento che colpisce l’Eurozona (e non solo essa), in alcuni paesi più che in altri. È peraltro buffo che, nel corso dell’intervista, Morando affermi che “il piano Juncker è positivo ma non può sostituirsi” ai mitologici Project Bond, visto che il piano Juncker resta ad oggi in assai laboriosa gestazione.

Oggi su Repubblica compare un’intervista a Filippo Taddei, responsabile Economia del Pd. In essa, tra le altre cose, Taddei spiega per quale motivo, in quella che sarebbe o dovrebbe essere una ripresa del mercato italiano del lavoro, si nota una bizzarra anomalia, di quelle che impediscono di mettere il segno di spunta alla lista di circostanze che identificano una ripresa degna di questo nome: l’assoluta stagnazione del tasso di posti vacanti. Come la vede Taddei, quindi?