L’espansione recessiva dei somaristi

Alcuni dati, spunti e perle assortite, tratti dall’audizione di oggi di Istat sulla manovra di bilancio 2019. La conferma che l’analfabetismo funzionale ha fatto il suo trionfale ingresso nella stanza dei bottoni, ed ora sta legiferando. Ricordate la regola aurea di ogni parassita? Preservare l’organismo ospitante. Ecco, direi che, nel caso italiano corrente, tale regola è clamorosamente violata.

Intanto, la cosiddetta riduzione della tassazione sulle imprese:

«Nel complesso i provvedimenti generano una riduzione del debito di imposta Ires per il 7% delle imprese, mentre per più di un terzo tale debito risulta in aumento. L’aggravio medio di imposta è pari al 2,1%: l’introduzione della mini-Ires (-1,7%) non compensa gli effetti dell’abrogazione dell’Ace (+2,3%) e della mancata proroga del maxi-ammortamento (+1,5%)»

Che in ogni manovra ci siano effetti distributivi è noto e scontato. Ma se il valore medio dell’intervento produce il segno opposto a quanto proclamato, voi capite che siamo di fronte ad un branco di incapaci che infliggono danno aggiuntivo anche con le misure “benefiche”. E bisogna anche spazzare via la vulgata secondo cui questa manovra favorirebbe le imprese di minori dimensioni rispetto a quelle più grandi. Come osserva Istat, infatti,

«L’aggravio è maggiore tra le imprese fino a 10 dipendenti»

Dopo aver preso atto che le aziende italiane, già penalizzate da una stretta creditizia autoinflitta e da un irrigidimento del mercato del lavoro grazie al decreto dignità, subiranno in media pure un aggravio fiscale, guardiamo all’altra grande leva della manovra: gli impatti moltiplicativi della maggiore spesa pubblica corrente destinata al cosiddetto reddito di cittadinanza.

«Sotto l’ipotesi che il Reddito di cittadinanza corrisponda a un aumento dei trasferimenti pubblici pari a circa 9 miliardi, secondo le simulazioni effettuate il Pil registrerebbe un aumento dello 0,2% rispetto allo scenario base. Questa reattività potrebbe essere più elevata, e pari allo 0,3%, nel caso in cui si consideri l’impatto del Reddito di cittadinanza come uno shock diretto sui consumi delle famiglie»

Detta brutalmente ed in modo molto grezzo, qui abbiamo una spesa pubblica corrente aggiuntiva pari allo 0,5% del Pil che induce una crescita addizionale di 0,3% al massimo. Con un complesso algoritmo, farebbe un moltiplicatore di 0,6. Che faccio, lascio? Se poi volete un calcolo più scientifico, il modello utilizzato da Istat, come ha spiegato il presidente facente funzioni Maurizio Franzini,

«[…] stima un incremento del Pil pari allo 0,7% in corrispondenza di un aumento della spesa pubblica pari all’1% del Prodotto interno lordo. L’effetto del beneficio sul Pil terminerebbe dopo 5 anni, quando la riduzione dell’output gap e il conseguente aumento dei prezzi annullerebbero gli effetti positivi della spesa pubblica»

Quindi il moltiplicatore sale a 0,7, mica pizza e fichi. Si distruggono ancora risorse fiscali ma sono dettagli. Ma c’è un ultimo caveat, che spezza la schiena al cammello:

«Gli effetti positivi di questo scenario sono raggiunti sotto l’ipotesi che nello stesso periodo non si verifichino peggioramenti delle condizioni di politica monetaria, ovvero che non ci siano aumenti dei tassi di interesse di breve termine»

Un grande “se”. O meglio scordatevi serenamente, ancor prima di iniziare, pure questo impatto moltiplicativo comunque inferiore all’unità. A che indirizzo lo mandiamo, il Nobel per l’economia?

Quanto alla platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza nel Mezzogiorno, ecco i numeri di Istat:

«Nel complesso si stima che, nel secondo trimestre 2018, fossero 3 milioni 515 mila i potenziali beneficiari […] Il 53,3% è costituito da giovani di 15-34 anni e il 46,7% da ultra-trentacinquenni; le donne sono in lieve maggioranza (51,9%); quasi la metà possiede un titolo di studio basso (48,2% con al massimo la licenza media a fronte del 10,9% di laureati); il 37,2% non ha mai lavorato; il 44,8% vive con la famiglia di origine e il 38,6% sono genitori”. Gli over 35 “si stima che siano circa 1 milione 640 mila, di cui 621 mila disoccupati e 1 milione 20 mila forze di lavoro potenziali. Il 57,3% dei disoccupati sono uomini e l’80,2% di essi ha avuto almeno una precedente esperienza di lavoro. Tra le forze di lavoro potenziali prevalgono le donne (64%)»

Quindi, vediamo: un esercito di gente priva di qualifiche professionali, anche minimali, ma che i centri per l’impiego, i loro leggendari “formatori” e la non meno mitologica app del Mississippi dovranno rendere occupabili, persino nelle zone dove manca offerta di lavoro. C’è da dire che questi numeri fotografano soprattutto le macerie del capitale umano di ampie porzioni del territorio nazionale, vandalizzato da decenni di politiche economiche fallimentari, inclusi i trasferimenti. Ma pensare che la soluzione a questo drammatico panorama risieda in un meccanismo che di politiche attive ha nulla e di incentivo al sommerso ha tutto, indica un altro, l’ennesimo danno autoinflitto di una manovra di bilancio che probabilmente sarebbe stata scritta assai meglio da una colonia di gibboni.

Istat mette poi in luce un aspetto peculiare della dotazione patrimoniale degli italiani: Infatti

«Quattro famiglie su 10 sotto la soglia di povertà (il 40,7%) vivono in case di proprietà, sulle quali una su 5 paga un mutuo medio di 525 euro, mentre il 15,6% in abitazioni in uso o usufrutto gratuito. Il 43,7% vive invece in affitto, quota che è particolarmente elevata nei centri metropolitani (64,1%) e nel Nord del Paese (50,6%). La spesa media effettiva per l’affitto è di 310 euro»

In Italia abbiamo quindi poveri con ricchezza immobiliare. Che fare? di certo, occorre correggere le erogazioni di welfare sulla base di questa circostanza, per evitare odiose sperequazioni con chi vive pagando l’affitto.

Per riassumere: la cosiddetta manovra del Popolo (bue) penalizza fiscalmente molte più imprese di quante ne agevoli. Bravi, i nostri orgoglioni somaristi. Vi resta sempre Juncker da irridere. Poi, il moltiplicatore del reddito di cittadinanza “garantisce” la distruzione delle risorse fiscali in esso impiegate, anche nella versione ottimistica che non sconta la stretta creditizia in atto. Non male neppure questo. Ma ribadiamolo: se la realtà vuole governare, si candidi e prenda i voti.

Se è vero che non esiste l’ossimorica austerità espansiva, è sempre più probabile che a questo giro avremo in Italia l’espansione recessiva. Sia lode ai somaristi.

Lettura complementare consigliata – Sull’aggravio di tassazione per le imprese, Silvia Giannini e Paolo Panteghini su lavoce.info

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