Nebbia sulla manovra italiana, la realtà è isolata

Dopo la stroncatura delle stime di crescita italiana da parte della Commissione Ue e la dura reazione del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, siamo giunti con grande puntualità alle “analisi” che cercano di confutare l’approccio di Bruxelles. Più che altro, si tratta di una forma di fact checking alla vaccinara, compiuta in alcuni casi da giornalisti che hanno una assai scarsa dimestichezza con la logica, prima che con i numeri e le metodologie di previsione.

Un tentativo piuttosto patetico di “confutare” le stime della Commissione, ad esempio, è quello che si basa su affermazioni del tipo “eh, ma le loro stime si sono spesso rivelate sbagliate a consuntivo”. E grazie al piffero. Quello che sfugge, nella situazione attuale, è che le stime del Tesoro italiano sono del tutto devianti ed in controtendenza rispetto a segno e magnitudine di quelle degli altri paesi, che vedono praticamente tutti un ridimensionamento anche vistoso della loro crescita nel prossimo biennio.

Certo, potreste obiettare: ma loro non stanno mettendo in campo la poderosa operazione di stimolo che invece Roma ha allestito. E torniamo quindi ai moltiplicatori agli steroidi di cui si favoleggia da noi. Ma vediamoli ancora da vicino, questi moltiplicatori e le relative voci di spesa. Sulle pensioni, si è detto: qualcuno sta usando Quota 100 come mezzo per attuare una gigantesca staffetta generazionale. Non accadrà nulla del genere perché le assunzioni dipendono criticamente dalle condizioni congiunturali, domestiche ed esterne, e riguardo ad entrambe l’incertezza è molto elevata e crescente.

Sul reddito di cittadinanza, ieri Svimez ha pubblicato il suo rapporto annuale, evidenziando che i conti semplicemente non tornano, pur essendo il Mezzogiorno particolarmente beneficiato dalle misure previste:

Con le risorse attuali, prendendo a riferimento le famiglie con ISEE inferiore a 6.000 euro e pur tenendo conto che circa il 50% potrebbe avere una casa di proprietà, è possibile erogare un sussidio compreso tra i 255 euro per una famiglia monocomponente e i 712 per una con 5 o più componenti, a circa 1,8 milioni di famiglie.

Il tutto tacendo delle altre profonde disfunzionalità della misura, con o senza magiche app del Mississippi. I conti non tornano, e non tornano in modo clamoroso ma i pentastellati esigono che la mancia parta comunque. Diciamo che, su queste cifre, sarebbe la scarpa destra di laurina memoria. O forse mezzo abito. Voi fategli vincere le elezioni europee e poi loro vi daranno il resto, dopo aver schiantato il paese con i loro degni compari leghisti, anche considerando che le clausole di salvaguardia torneranno il prossimo anno.

Che resta, per fare crescita di questa magnitudine? I leggendari “Investimenti”? Ma quali, e con che termini? E soprattutto, con queste “risorse”? Però i moltiplicatori restano stellari, è la Commissione che, nelle parole di Tria, è caduta vittima di “défaillance tecnica“. Che non si sa che diavolo significhi. Forse è vero, la Commissione ha usato numeri sbagliati ma per eccesso di ottimismo, come ad esempio sulla crescita 2019 a 1,2% mentre il FMI l’ha limata a 1%. E qui dobbiamo assistere allo spettacolo, penoso ma non inedito, di gente che non sa come si realizzano delle previsioni ma che cerca comunque di confutarne la metodologia, armata della sua grande esperienza in cappi e manette o in mercati rionali romani.

Ve lo ripeto, così magari il messaggio passa: l’Italia è del tutto deviante rispetto alle stime di crescita degli altri paesi Ue; non solo, ma le stime di crescita per l’Italia non trovano riscontro in nessun ente previsore, interno o internazionale. Le misure italiane postulano impatti moltiplicativi che neppure un ubriaco si sognerebbe. Poi, cercate voi da che parte sta la défaillance, soprattutto quella di non riuscire a mantenere una camminata lineare o toccarsi la punta del naso col dito indice ad occhi chiusi.

Ma non finisce qui. A queste stime di impatto moltiplicativo da ubriachi occorre aggiungere altri effetti avversi, come quello di uno spread ormai persistentemente sopra i 300 punti base, e che in quanto tale è destinato a produrre un credit crunch. Però, anche qui c’è la soluzione: leggiamo editoriali entusiastici dove si spiega che le banche italiane non sono sceme, né lo sono i loro capi, e che quindi stanno spostando i Btp nella categoria Held to collect (HTC), dove cioè le fluttuazioni dei prezzi dei Btp non hanno impatto sul capitale di vigilanza delle banche. Ma non è geniale, tutto ciò? Certo, è assai geniale, ed avviene a norma del nuovo principio contabile IFRS9, quello che i nostri editorialisti esecrano e biasimano perché prevede accantonamenti a perdite su crediti che siano “attese” e non “incorse”, e quindi è parte dell’incredibile complotto planetario contro il nostro paese.

Però IFRS9 va benissimo ora che possiamo congelare i prezzi dei Btp al loro valore nominale. Evviva. C’è da considerare che, come ogni principio contabile, anche i titoli detenuti sino a scadenza possono essere deprezzati prima di quel momento (impairment), se ciò si rendesse inevitabile, per condizioni oggettive. E qui arriviamo al punto. Quale è la probabilità che i Btp verranno svalutati, cioè ristrutturati, cioè andranno in default? In apparenza, molto bassa. E perché molto bassa? Semplice: perché, se e quando sarà necessario, il governo italiano pro tempore compenserà il debito pubblico con la ricchezza privata, mediante una patrimoniale straordinaria, e i Btp saranno salvi. Ecco, in questo senso è corretto e razionale spostare i Btp in Held to collect e non subire la volatilità dei mercati. Ma secondo voi, questa è una situazione sana? Per qualche editorialista pare lo sia.

E forse per questi stessi editorialisti è anche possibile che le nostre banche, con questa manovra contabile, evitino di subire un aumento del loro costo della raccolta, e quindi non siano costrette a traslare il medesimo sulla clientela. In pratica, vinciamo il Nobel per la fisica, più che per l’economia: avere un debito pubblico ad alto spread ma mantenere un costo del credito assai più basso. Anche qui serve l’etilometro o un test tossicologico.

E poi c’è tutto il capitolo dei rinvii, per mostrare che il deficit-Pil non arriverà al 2,4%. Ma se rinvii prodigiose misure espansive, come pensi di mantenere in essere la previsione di una non meno prodigiosa crescita? Oltre tutto, pagando molto di più per interessi. Qui è un problema basilare di logica. O una malafede senza precedenti, nel pure marcio panorama della politica e delle sue ciniche finzioni.

Ciliegina sulla torta, come si legge oggi sul Messaggero, pare che i nostri scappati di casa stiano in realtà “negoziando” con la Commissione Ue. Ma, attenzione: non starebbero negoziando sulla sostanza delle misure contenute nella manovra bensì sul timing delle sanzioni, che i nostri eroi vorrebbero posticipate a dopo il momento magico (nella loro testa bacata) delle elezioni europee. Come scrivono Andrea Bassi e Marco Conti:

«Il governo italiano punta ad allungare i tempi sia dell’ingresso in procedura, che della procedura stessa, il più possibile. Magari scavallando le prossime elezioni europee di maggio e lasciando che sia la prossima Commissione a occuparsi del caso Italia. Ma a Roma servono sponde. Oggi Tria incontrerà il presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, per provare a tessere una tela»

Tradotto: per favore, per favore, abbiamo bisogno di arrivare a maggio per truffare gli elettori, aiutateci, siamo sovrani e mendicanti. Ma poi, che diavolo accadrà a maggio, dopo le elezioni europee? Che nascerà una Commissione Ue nominata da governi che diranno che ognuno può fare deficit come gli pare? Davvero, qui siamo a forme di disperazione criminale, per le ricadute che ci saranno sulla popolazione italiana.

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