Il suicidio di un paese di lemming sovrani

La prima stima del Pil italiano del terzo trimestre può sembrare una sorpresa ma in realtà non lo è. Da tempo le stime si erano deteriorate, e l’iniziale +0,2% trimestrale era stato rivisto a +0,1%. Il dato pubblicato è zero ma la sostanza cambia poco. Il risultato è frutto di criticità internazionali ma anche interne.

Occorrerà attendere la stima finale (il 30 novembre) per capire cosa è in frenata, ma già oggi sappiamo che l’industria ha prodotto un contributo negativo al valore aggiunto mentre dal lato della domanda la stima provvisoria indica un contributo nullo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia della componente estera netta. Del resto, il sentiment delle imprese sta peggiorando da tempo.

Che sia in atto una robusta frenata nell’attività manifatturiera globale, causata dalle incertezze protezionistiche, è cosa del tutto evidente e l’Italia non è certo un’isola, se non di stupidità, almeno a giudicare dal dibattito pubblico. Ma quando ad un contesto globale sempre più incerto si somma la deliberata azione di un governo e di una maggioranza che dalla nascita lanciano provocazioni di ogni genere, tentano improbabili ricatti ai partner europei e cercano ogni tipo di capri espiatori, il minimo che ci si possa attendere è che le fonti di incertezza si sommino.

A questo giro andiamo a rafforzare la triste tradizione che vede il paese fanalino di coda nelle riprese ma quello che soffre prima di più sui rallentamenti. Però i nostri scappati di casa insisteranno con la loro teoria della devastazione dei conti pensionistici come strumento per spingere l’occupazione, che evidentemente per loro è variabile indipendente dalla congiuntura.

Ora dovremo attenderci nuovi ragli e nuovi deliri pseudo-keynesiani, del tipo “ecco, vedete? La congiuntura rallenta, quindi serve più spesa pubblica!”. Tutto già visto, se non fosse che le condizioni del paese sono ormai sfibrate ed ora basta davvero poco per scivolare nel dramma. Con buona pace di qualche trombettiere di regime, finto terzista dalla notte dei tempi, che ieri si entusiasmava per uno spread “sceso sotto la soglia di 300”. Dove non arriva l’ignoranza supplisce il paraculismo, come noto. E attendiamo anche le solite farneticazioni su “austerità”, moneta propria e monetizzazione del deficit per stimolare la crescita. Garantiti ulteriori irresistibili teatrini televisivi popolati da macchiette deformi.

Nel frattempo, la rivoluzionaria manovra sta per approdare in parlamento, già in forte ritardo, e si prende atto di quello che già si intuiva: quest’anno faremo extradeficit ed il prossimo avremo da colmare anche quello causato dal ritorno delle clausole di salvaguardia. Si chiama “scivolamento fiscale” (fiscal slippage) ed è una cosa che gli investitori temono molto, per un paese già ad alto debito come il nostro. Mentre i nostri taroccatori cercano di salvare la capra del voto di scambio ed i cavoli di mercati e Commissione Ue rallentando deliberatamente l’entrata a regime di quota 100 e rendita di nullafacenza, per far vedere che i conti pubblici non corrono rischi. Salvo non aver alcuna idea di come finanziare queste misure nel 2020; ma a quello penseremo dopo il voto europeo.

Del resto, se sapessimo valutare le conseguenze delle nostre azioni su un arco temporale superiore ad un paio di giorni, non saremmo italiani. Il suicidio di un paese di lemming, in pratica. Ma almeno molto tempestivi all’appuntamento con la scogliera.

Aggiornamento – Come prevedibile e previsto, siamo alle giustificazioni da ultimo banco: sapevamo che la congiuntura avrebbe rallentato, quindi abbiamo disegnato una manovra anticiclica. Se non fosse che produrre la devastazione del sistema pensionistico allo scopo di spingere l’occupazione ignora il fatto che, di fronte ad una congiuntura avversa, le aziende “incassano” i pensionamenti di anzianità e ringraziano, ma si guardano bene dall’assumere. Anche un somaro in buona fede capirebbe che una manovra di questo genere è “anticiclica” come spingere su una stringa. Ma i nostri sono somari in malafede.

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