Ieri, rispondendo al question time alla Camera, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha “spiegato” le scelte dei nuovi vertici delle aziende partecipate pubbliche, in particolare il cambio ai vertici di Leonardo-Finmeccanica e Poste. Ennesimo mirabile esempio di cosa accade quando la tecnocrazia incontra la politica. Il risultato finale è sempre quello: un costumino adamitico di foglie di fico e nasi lunghi.

Puntata di Ottoemezzo di ieri sera, condotta su La7 da Lilli Gruber. Commenti post quotazione con l’amministratore delegato di Poste italiane, Francesco Caio, il vicedirettore del Corriere, Daniele Manca, ed il vostro titolare. Il concetto di “privatizzazione” all’italiana, i pesanti sussidi incrociati di un’azienda una e trina (assicurazione, banca, azienda di recapiti e logistica), le occasioni perdute nella liberalizzazione dei servizi postali a valore aggiunto e B2B (business to business), la strana definizione di servizio universale, che si spinge sino al recapito degli espressi.

E’ opportuno chiedere venia. Per aver dubitato, dopo averlo elogiato, che Francesco Caio fosse in fondo solo un fedele esecutore dei voleri del suo azionista, e quindi del governo. Pare che le cose non stiano esattamente in questi termini e la cosa non può che fare piacere, in un paese in cui abbiamo visto e vediamo carriere (ad ogni livello, anche nel leggendario privato) costruite sull’acquiescenza, sul tenere famiglia e sul sollecito conferimento del cervello all’ammasso.

Il momento è dirimente. Qui si parrà la nobilitate dei nostri top manager, quelli che con mano ferma hanno guidato il paese verso il disastro, e quelli che si sono fatti venire degli scrupoli da ventitreesima ora ed oltre, applicando criteri minimali di razionalità. Tutto evolve, serve contestualizzare. Anche quando sono passate poche settimane dall’evento che era considerato il padre di tutte le sinergie. Un vero peccato che la realtà continui ad essere così gufa e rosicona.