Qui sotto, un grafico tratto da Alphaville che parla (anzi, urla) da solo: l’andamento del Pil britannico dopo i maggiori episodi recessivi degli ultimi novant’anni circa. Come si nota, il profilo della “ripresa” post crisi del 2008 è desolatamente piatto: proprio non c’è modo di risollevare l’economia. Che fare, quindi? E cosa è andato storto?

Su lavoce.info, Fausto Panunzi discute della crisi infinita e delle terapie non convenzionali che potrebbero essere adottate e che formano oggetto di dibattito, accademico e tra banchieri centrali. Il tabù di cui parla Fausto è quello della esplicita monetizzazione di parte dello stock di debito pubblico, per allentare una pressione che rischia di mettere a repentaglio le fondamenta democratiche delle nostre società. Ma la trattazione del tema da parte di Panunzi sdogana anche un altro tabù, a lungo negato dai supply sider puri e duri.

(Post tecnico, sempre di quelli da giornate prive di senso ma utile per capire dove potremmo andare)

Da qualche tempo un nuovo, esoterico acronimo è entrato nel dibattito economico sulla politica monetaria. Per ora la discussione è ristretta soprattutto ai banchieri centrali ed agli accademici, oltre che ai money manager. Questo acronimo è NGDPLT, significa Nominal Gross Domestic Product Level Targeting. Significa, concretamente, che obiettivo della politica monetaria e dell’azione delle banche centrali deve essere un dato livello di Pil nominale, cioè la somma della ricchezza prodotta ogni anno in un paese, espressa a prezzi correnti. In pratica, semplificando, si fissa un livello di crescita del Pil nominale e si cerca di raggiungerlo con stimoli monetari, anche e soprattutto non convenzionali. Sembra la nuova pietra filosofale, ma non lo è. Proviamo a capire il perché.

Facciamo un rapido punto su dove ci troviamo oggi, dopo la rielezione di Barack Obama. Il mondo sviluppato (e non solo) è assediato dal debito, che cresce e continua a crescere senza sosta, perché la posizione fiscale delle maggiori aree economiche del pianeta resta in vario grado restrittiva e perché i sistemi bancari occidentali sono frenati o bloccati dall’esigenza (guarda caso) di ridurre il proprio leverage. Per questa via, quindi, il credito fluisce poco e nulla nelle vene del sistema economico, il quale si ferma. La crescita insufficiente del Pil ed il crescente nervosismo degli investitori sulle prospettive di rimborso di queste montagne di debito finiscono con l’autoalimentare il rapporto di indebitamento, a tutti i livelli.

Attenzione, inflazione“, “Lo strisciante esproprio dei tedeschi“. Questo sobri avvertimenti  campeggiano sulla copertina dell’ultimo numero dello Spiegel, impegnatissimo nella campagna elettorale. Non abbiamo letto l’articolo (lo ha fatto per sommi capi il Corriere), ma è palese che ci troviamo di fronte all’ennesima manifestazione di incapacità tedesca a comprendere quanto accade. Nessuno può escludere che un giorno l’inflazione compaia in Eurozona, per i motivi più svariati (magari protezionismo, scatenato dalla disperazione di qualche paese messo all’angolo dalla crisi), ma sarebbe opportuno anche rendersi conto che, ad oggi, l’inflazione è l’ultima preoccupazione europea.

Riprendiamo quanto già discusso un paio di giorni addietro su Twitter, in relazione ad un comunicato della ormai celebre CGIA di Mestre, intitolato in modo piuttosto furbetto oltre che fantasioso, “Con l’euro i prezzi sono aumentati del 25%“. Come spesso accade quando c’è di mezzo la CGIA (ma lo stesso accade quando a dare i numeri sono le sedicenti associazioni di consumatori), la “notizia” ed il suo titolo sono stati strillati a pieni polmoni, nell’afoso silenzio agostano, da praticamente tutti i media, scritti e parlati, senza uno straccio di fact-checking. Che invece sarebbe stato molto utile. Come sempre, del resto.