In queste ore Matteo Renzi ha lanciato l’ennesimo spin: quello sull’esistenza di un fantomatico “tesoretto” di risorse pubbliche, per instradare il paese verso la felicità. Lo spin è stato puntualmente ripreso da Maria Elena Boschi, dopo aver archiviato il Def e la manovrina correttiva, che tuttavia archiviati non sono, trattandosi di fondali di cartapesta o più propriamente di “finzione” che calcia la lattina più in là per quanto riguarda il Def, e di una bella stretta alla liquidità aziendale con annesso giochino sui flussi di tesoreria per quanto riguarda la mini correzione, che mai come a questo giro si è rivelata di gestazione così difficoltosa e peraltro tuttora incompiuta. Ma a quanto ammonterebbe, esattamente, questo “tesoretto”?

Si avvicina il 20 febbraio, data in cui il governo dovrà tentare di sistemare il non lieve casino creato a fine anno sulla normativa relativa ad evasione e frode fiscale ed auspicabilmente anche la demolizione del regime dei minimi. In realtà pare sia tutto calcolato: si combinano enormi guai e poi ci si mette una pezza, in modo da farsi acclamare come nuovi dei ex machina dai nostri arcigni media. Quello che tuttavia preoccupa è il persistente conflitto tra il premier ed i suoi uomini (e donne) di punta e la logica, o meglio l’oggetto del contendere.

Dopo lo spettacolare scatto delle quotazioni delle banche popolari che dovranno convertirsi da cooperative a SpA per volere del governo, si sono immediatamente levati cupi brontolii di insider trading, in particolare con riferimento al caso, piuttosto delicato, della Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio. Si fa presto a dire insider, però. E comunque, uno sguardo rigorosamente esterno e basato su dati pubblici magari aiuta.