di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

poco tempo addietro avevamo appreso che la produttività fosse qualcosa di trascurabile. Se, tuttavia, poteva aleggiare il sospetto che oltre ad apparire un dettaglio poco importante, il concetto stesso di produttività non fosse del tutto chiaro, ora ne abbiamo la conferma grazie all’intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore il 2 gennaio 2018 dal sottosegretario alla Funzione Pubblica, Angelo Rughetti.

Ricevo e pubblico il commento di un dipendente di azienda di credito che ci riporta un po’ tutti sulla terra, mentre discutiamo appassionatamente di digitale, nuove tecnologie, Fintech ed impresa 4.0. Perché la strada da percorrere per promuovere e concretizzare quel concetto impalpabile ed elusivo chiamato produttività è terribilmente lunga ed accidentata, nel paese in cui si brandisce l’analfabetismo tecnologico come arma “libertaria” per impedire ogni limitazione all’uso dei contanti (a parte il taglieggio commissionale, s’intende, ma quella è altra storia).

Mentre si attende che il governo spieghi all’Ufficio parlamentare di bilancio ed a noi poveri mortali per quale motivo il prossimo anno il nostro Pil subirà una rabbiosa accelerazione rispetto allo scenario tendenziale (da +0,6% a +1%), che Pier Carlo Padoan, da keynesiano dell’ultim’ora, attribuisce all’efficacia delle misure governative ma anche all’elevato moltiplicatore che si avrebbe in condizioni prossime alla trappola della liquidità (welcome!), scopriamo che i nostri eroi hanno difficoltà non solo e non tanto con la realtà quanto con la coerenza delle tesi che presentano.

Oggi sul Corriere c’è un editoriale che ricorda a noi italiani perché stiamo inesorabilmente affondando, peraltro non da ieri. Non sono concetti rivoluzionari né inediti: stranamente sono però assenti da sempre dal dibattito pubblico italiano, troppo assorbito a discettare di austerità che non esiste, di Germania cattiva, di uscite dall’euro che ci porteranno in paradiso senza passare dal via, ma anche di mance elettorali continue, fatte confortevolmente a deficit, senza che questa persistente festicciola fiscale produca risultati minimamente positivi. Eppure, basterebbe osservare il comportamento di alcuni “canarini nella miniera” per rendersi conto di quanto la sabbia nella clessidra italiana stia scorrendo, inesorabilmente.

Del Documento di Economia e Finanza 2016 (DEF), licenziato dal consiglio dei ministri giovedì scorso, è utile mettere in rilievo due evidenze. La prima è relativa alle modalità di copertura della parte di deficit non beneficiata dalla cosiddetta flessibilità europea; la seconda è un dato consuntivo, che segnala che nel 2015 la crescita della produttività del lavoro italiano è rimasta al palo.

Intervista al manifesto di Stefano Fassina, responsabile economico del Partito democratico. Nulla di sostanziale, almeno a nostro giudizio, con la vistosa eccezione di una puntualizzazione di Fassina, che tenta disperatamente di quadrare il cerchio tra rilancio della produttività e livello del costo del lavoro. Il risultato è una enorme dissonanza cognitiva, assai poco rassicurante per le politiche del lavoro del prossimo governo Bersani.

I prossimi 25 e 26 gennaio si svolgerà a Roma la Conferenza di programma della Cgil, l’evento in cui il maggior sindacato italiano presenterà le proprie idee per il rilancio dell’economia del nostro paese. In quell’occasione vi saranno gli interventi, tra gli altri, di Pierluigi Bersani e Nichi Vendola, oltre a quello, probabile, del ministro uscente per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca. Superfluo dire che il documento della Cgil rappresenterà una sorta di “richiamo della foresta” per la sinistra italiana, anche se per qualcuno potrebbe trattarsi del canto delle sirene che invitano verso gli scogli. In attesa dei dettagli, si conoscono già le linee guida.