Lavoro, un sistema al capolinea

L’Italia è un paese che, ben più di altri, scatena dibattiti di rara intensità e altrettanta superficialità durante i periodi di crisi. Quelli in cui parte lo psicodramma collettivo e nuovi meravigliosi proiettili d’argento prendono forma. Fusi nella stessa lega di quelli prodotti in tempo di pace, solo con una discussione più furiosa e sloganizzata. In questo periodo sotto i riflettori c’è il nostro mercato del lavoro.

I soliti mali

Che, incredibile a dirsi, soffre in modo accentuato dei soliti mali. Insufficiente crescita dei salari, peso crescente della precarietà. Per analizzare in dettaglio servirebbe un libro, ma di storia economica. Sappiamo che questo paese ha un insufficiente sviluppo di produttività, come mostrano i grafici di qualche organizzazione internazionale che, a intervalli regolari, vengono portati in processione e offerti alla rabbia dei fedeli delle Chiese contrapposte. Perché c’è un grafico per ogni tesi; letteralmente, ne basta uno solo.

A questo punto, dopo la scoperta che la produttività cresce poco e nulla, di solito iniziano quelli che credono che “produttività” sia una specie di cottimo di un mondo vietnamita dei tempi che furono, o del Bangladesh. Per costoro, produttività è solo quella del lavoro. Un peccato che il lavoro venga svolto con “strumenti”, che poi sarebbero la dotazione di capitale organizzata (più o meno) dall’imprenditore, ed entro un quadro istituzionale dato dalle norme e dalla pubblica amministrazione.

Poi ci sono quelli che ritengono che solo aumentando i salari e le pensioni troveremo la forza di combattere questo male non troppo oscuro. Di solito, la prova della “guerra di classe” è data dalla scoperta che la produttività è cresciuta molto poco ma i salari ancora meno, o si sono contratti. Ecco la pistola fumante dello sfruttamento. Forse sì, forse no. Forse si tratta della struttura economica del paese, e del suo ormai disperato affidamento al cosiddetto terziario arretrato.

L’uovo e la gallina di un fallimento nazionale

È nato prima l’uovo o la gallina? Abbiamo torme di lavoratori unskilled perché l’economia cresce poco o l’economia cresce poco perché abbiamo torme di lavoratori unskilled? Abbiamo un basso livello di investimento in capitale umano perché “non ne vale la pena”, visto che stiamo diventando un paese di camerieri, o è il contrario? I flussi causali aprono numerosi scenari e altrettante narrazioni. Diciamo che la dimensione delle imprese tende a non aiutare, almeno nei processi di innovazione, malgrado la ricicciata leggenda italiana.

I sindacalisti si barcamenano: alcuni non vogliono il salario minimo temendo di perdere posizioni negoziali e relative rendite. Alcuni lo vogliono proprio per recuperare posizioni e “farsi difendere” dalle leggi dello stato, anche contro la diffusione di sigle minori, agguerrite e potenzialmente antisistema, pronte a iniettare nella contrattazione robuste dosi di populismo con esiti ovviamente tragici, soprattutto per i loro iscritti.

L’attuale shock inflazionistico può essere il detonatore dei limiti della contrattazione collettiva e causare la rottura del paradigma, anziché la sua modifica al margine a suon di martellate. Tra le martellate di cui leggiamo in questo periodo, ad esempio, abbiamo le defiscalizzazioni e le decontribuzioni, variamente configurate. Le prime rischiano di causare buchi di gettito, le seconde buchi di future pensioni.

Alla prime si risponde mettendo tutto a carico della povera signora Fiscalità Generale, e si pongono le basi per maggior pressione fiscale. Alla seconde con “pensioni di garanzia”, cittadinanza e quant’altro. Che poi altro non sono che forme di assistenza, cioè contribuzioni figurative, che quindi cadono ancora una volta a carico della fiscalità generale. Poi arrivano i sindacalisti di turno, col loro proiettile d’argento, a sbracciarsi con “separate l’assistenza dalla previdenza e vedrete che la seconda è in equilibrio!”. Ehm, no: la seconda, in questo scenario, sarà sempre più puntellata dalla prima.

Letterina a Babbo Fiscale

Oggi su La Stampa c’è un commento del segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra. Vi preannuncio che è una lunga lista della spesa di martellate al margine. Riccamente guarnite con la retorica d’ordinanza tipica di questi momenti. E forse il suo autore non si accorge, o non vuole accorgersi, che queste martellate al margine sono la campana a morto del sistema attuale. Ma comprendo: l’ignoto fa paura, per definizione. Ad esempio:

Non servono leggi sulla rappresentanza: ma il riconoscimento e la valorizzazione di contratti che vanno rinnovati e innovati, estesi soprattutto nel secondo livello, specialmente al Sud e tra le piccole e medie imprese. Contratti i cui frutti vanno coraggiosamente detassati, per stimolare accordi di produttività e welfare detassato.

Tradotto: servono coperture per detassare i “premi di produttività”, chissà in che modo definiti, e il welfare aziendale. Vaste programme. Noi italiani del resto siamo grandi tifosi del ruolo salvifico e taumaturgico del fisco. Una specie di Babbo Natale degli incentivi, a cui chiedere qualunque cosa. I risultati li abbiamo visti in questi decenni di lento ma inesorabile inabissamento.

Trovo peraltro interessante che l’incentivazione fiscale debba andare soprattutto a Sud (spoiler: ce ne sono da sempre) e PMI: sono i contesti dove la produttività soffre più che altrove, in effetti. Ma attenzione: se iniziamo a considerare la bassa produttività come esternalità negativa e a chiedere “indennizzi fiscali”, il passo successivo sarà considerare la bassa produttività come un bel “fallimento di mercato”, che sta bene con tutto e si porta sia a destra e a sinistra.

Come che sia, anche Sbarra ha scritto la letterina a Babbo Fiscale:

[…] Un fisco più leggero per le imprese che non licenziano e investono in formazione e partecipazione.

In pratica, l’azienda come una sorta di comune sussidiata da quanti ancora pagano le tasse. La famosa fiscalità premiale, che a intervalli regolari esce lucidata a nuovo dalla fonderia. Non sono bastati decenni di uso demenziale del fisco, con conseguente zavorra al sistema produttivo? A me invece, tutte queste meravigliose idee che prendono forma in questo periodo suggeriscono solo una cosa: l’attuale sistema è al capolinea. E lo è anche a causa di una struttura economica e produttiva che si sta rivelando inadatta al contesto esterno. Questa è la vera tragedia italiana, temo.

Poi, certo, ci sono le scorciatoie verso il muro: dalla moneta da usare per svalutazioni competitive (che poi è quello che ha contribuito a portarci sin qui, in termini di improduttività di sistema), al fisco che “incentiva” le imprese che non licenziano. Pensate che galleria degli orrori. E poi c’è il salario minimo come proiettile d’argento per reintrodurre la scala mobile e permettere alla politica di avere un bel cannone propagandistico, prima delle immancabili elezioni.

Se dobbiamo decentrare, facciamolo davvero

A questo punto, mi viene spontanea una considerazione: se i sindacalisti e la politica insistono che occorre premiare quanto accade nella singola impresa, non è che serve spostare la contrattazione proprio lì, ma in via prevalente? Mettendo una cintura di sicurezza, il salario minimo, che serve in essenza a quello.

Diversamente, temo che voler mantenere lo status quo con martellate al margine porti a un’entropia fatale. Il salario minimo non si incastra nell’attuale struttura di contrattazione, questo mi pare evidente. Troppe resistenze, da ambo i lati del tavolo negoziale. Ma entrerebbe in un contesto aziendale e territoriale di decentramento della contrattazione.

Non sto proponendo un mio proiettile d’argento, sia chiaro. Avere questo tessuto economico è un handicap strutturale, di quelli che solo alcune generazioni potrebbero -forse- risolvere. Però questa giaculatoria di richieste di “incentivi fiscali” per realizzare improbabili “patti” non porta da nessuna parte. Ed evocare il “metodo Ciampi ’93”, manco fosse uno spumante, conferma solo l’orientamento a guardare ossessivamente nel retrovisore e capire pochino del presente.

Permettete in chiusura una piccola considerazione personale: in questi anni, mentre scrivevo di questo declino italiano in apparenza inarrestabile, sono stato criticato da molti con la solita argomentazione: “che noia questo Seminerio, scrive da sempre di sciagure ma il paese è ancora in piedi”.

Questo è il filone “berluscottimista” (da ottimismo, non da cottimo, o forse entrambi), quello dei “ristoranti pieni”. Ho sempre ribadito che non ci saremmo svegliati un mattino e trovato le macerie fuori dalle finestre. Sarebbe stata, invece, una lenta bollitura, o decozione. Che suono fa l’impoverimento? Un botto o un sibilo, a volte quasi impercettibile?

Come finirà, questo doloroso passaggio? Al solito: un’ulteriore tacca di impoverimento, disuguaglianze, depauperamento di capitale umano. Aspettate la rivoluzione, per caso? Ma in un paese di vecchi e con i giovani che espatriano, vi sembra uno scenario verosimile?

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