Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Cina, al margine del disastro

in Economia & Mercato/Esteri

Che accade quando un paese a partito unico ed una ossimorica economia capitalistica centralmente pianificata decide di instradare le masse verso il mercato azionario? Che il rischio di produrre caduti sul campo di battaglia del rapido arricchimento aumenta esponenzialmente. E che le successive mosse delle autorità per contenere le ricadute di tali guasti ne producano di altri, ancora più gravi.

E’ quanto sta accadendo alla Cina, che nell’ultimo anno ha amorevolmente pilotato i propri cittadini verso l’investimento azionario, in contemporanea alla progressiva accessibilità al medesimo anche da parte dei non residenti, nel quadro delle grandi manovre per la liberalizzazione dei flussi di capitale sullo yuan. I piccoli risparmiatori cinesi hanno letto gli articoli di incoraggiamento all’investimento azionario da parte dei giornali vicini al regime come un sostanziale via libera, una sorta di “garanzia pubblica” più o meno implicita contro eventuali perdite. Al contempo, le autorità cinesi hanno colto l’opportunità di sviluppare il mercato azionario sia per favorire la quotazione di molte aziende che per ricapitalizzarne altre, già quotate, dopo l’ubriacatura di debito degli ultimi anni.

Fosse così semplice. Il problema è che i risparmiatori cinesi nel frattempo si sono talmente americanizzati che hanno cominciato a comprare azioni “a leva”, cioè indebitandosi con i broker. Operazione che serve ad imprimere un andamento esplosivo agli utili. Ma anche alle perdite. Negli ultimi mesi il mercato azionario cinese si è quindi gonfiato come una rana di Fedro. I broker cinesi hanno fatto guadagni eccellenti, con i prestiti concessi. Molti di loro, in una sorta di diabolico moto perpetuo, si sono pure quotati, e con il ricavato della vendita delle proprie azioni hanno prestato altri soldi ai piccoli risparmiatori a leva. E via, verso l’inferno.

Innumerevoli startup, vere e presunte, si sono nel frattempo quotate, drenando ulteriori soldi dei risparmiatori. Probabilmente preoccupate dai livelli raggiunti dalle quotazioni in così breve tempo (spesso con multipli in tripla cifra), le autorità cinesi hanno tentato di controllare l’euforia con alcuni “consigli per gli acquisti”. Come invariabilmente accade in questi casi, l’eccesso di richiesta di fondi al mercato ed il livello raggiunto dalle quotazioni portano all’inversione di tendenza, che presto prende le sembianze della fuga dal cinema durante un incendio.

Il problema, in questi casi, è proprio il livello di leva finanziaria presente sul mercato, cioè l’indebitamento. Tecnicamente, quando il ribasso supera una data soglia, l’investitore è soggetto ad una cosiddetta “chiamata margine”: deve cioè aumentare i fondi posti a garanzia dei prestiti ricevuti. Se non è in grado di farlo deve vendere le azioni, anche a prezzi di saldo, contribuendo in tal modo al crollo. Facciamo un esempio banale e scolastico: voglio comprare azioni per un controvalore di 100 ma possiedo solo 20. Mi faccio quindi prestare 80 dal broker, mettendo a garanzia le azioni medesime. Se il loro prezzo sale, ad esempio a 120, io guadagno 20 avendo messo soldi miei per altrettanto. Quindi, al lordo dell’interesse che pagherò al broker, avrò una plusvalenza del 100%. Ma se l’azione scende a 80, avrò perso 20 su 20 investiti. In quel caso il broker mi chiederà di mettere altri soldi (diciamo altri 20) a garanzia del prestito. E se non li metto, venderà d’autorità le mie azioni per rientrare dal credito, infliggendomi una perdita brutale.

Che hanno quindi escogitato stanotte, le autorità cinesi? Di allentare i criteri di marginazione, sotto il profilo quantitativo e qualitativo. E fare in modo che i broker possano continuare a fare credito, consentendo loro di cartolarizzare i prestiti e venderli sul mercato come obbligazioni, per liberare i propri bilanci. Chi comprerebbe questi bond è altro discorso, magari tra poco ne parliamo. Le autorità hanno pensato anche ai poveri debitori, uccellati nel loro volo verso la ricchezza, consentendo ai broker di concedere loro di non dover vendere entro due giorni in caso di impossibilità ad integrare la garanzia quando la stessa scende sotto il 130% dell’importo preso a prestito. Il broker potrà consentire un rientro dal debito sino ad un massimo di sei mesi (auguri) e addirittura accettare immobili ad integrazione della garanzia.

Ciliegina sulla torta, dal primo agosto le due borse cinesi (Shanghai e Shenzhen) taglieranno del 30% le commissioni di intermediazione. Mossa che ricorda il day trader tossico che chiede al proprio broker uno sconto sulle commissioni dopo aver perso la camicia nel trading a leva (questa è una reminiscenza autobiografica del vostro titolare, ovviamente non nel ruolo del day trader).

Quindi, in sintesi: curare una bolla creandone un’altra. E magari, giusto per “accomodare” il sistema, ordinare alla banca centrale di comprare le cartolarizzazioni sui crediti concessi dai broker, no? Certo, sarebbe una nemesi piuttosto divertente assistere alla sollevazione contro il partito unico comunista (ormai solo di nome) da parte del popolo che volle arricchirsi contando sulla “garanzia” implicita del Potere. Capitalismo socialista, diremmo. Sinistramente simile a quello visto in azione in Occidente negli ultimi lustri.

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