Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Trumponomics for (Italian) Dummies

in Discussioni/Economia & Mercato/Esteri/Stati-Uniti

Tentiamo una rapida rassegna degli assi portanti delle proposte economiche del presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump. Premesso che tra i punti programmatici e la loro effettiva realizzazione passa sempre un oceano o più spesso il Triangolo delle Bermude, tentiamo di valutare se e come si realizzerà la “rivoluzione” trumpiana, soprattutto rispetto al suo target di “consumatori”, cioè quelli che lo hanno votato, comprandone le tesi.

La migliore summa da cui partire, a nostro giudizio, è quella di Ryan Avent sull’Economist. Quello che i mercati ci stanno dicendo, in queste ore, è che la Trumponomics è attesa come una grande reflazione: i rendimenti obbligazionari in forte ascesa ne sono la spia. Gli economisti da tempo ci dicevano che, visto che la politica monetaria pare giunta al capolinea delle capacità di stimolo dell’economia, è tempo che il testimone passi alla politica fiscale. Tutto molto bello, se non fosse che il mondo arriva a queste ponderate conclusioni con uno stock di debito che è ai massimi storici di tutti i tempi. Ma la crescita stimolerà le entrate, diranno subito i più keynesiani tra voi riguardo alla spesa pubblica, ed i più lafferiani riguardo ai tagli d’imposta. Può essere, ma dubitiamo che il deficit si ripaghi. La storia insegna, ma ha allievi un po’ zucconi.

Che faremo del nuovo debito, quindi? Non è dato sapere. Tra i singoli provvedimenti attesi da parte di Trump, lo smantellamento dell’Obamacare sull’assistenza sanitaria. Il punto programmatico che appare nel sito di transizione dice tutto e nulla. Il punto resta quello dei risk pools, cioè mettere assieme assicurati sanissimi (che quindi non si assicurerebbero) con altri soggetti affetti da patologie croniche e costosissime, che quindi letteralmente andrebbero in bancarotta se dovessero pagarsi le prestazioni, visto che non sono assicurabili. Quella era l’essenza dell’Obamacare e quello resta il problema di base, come del resto riconosciuto anche dal sito trumpiano. La spesa sanitaria statunitense resta su una traiettoria insostenibile: non è tornando ad avere decine di milioni di non assicurati e non assicurabili che il problema verrà risolto. E quella della competizione nell’offerta di polizze sanitarie è una bella fiaba per soggetti sani che possono permettersi il lusso di fare shopping sulla prevenzione.

Sui servizi finanziari, Trump punterà allo smantellamento della legge Dodd-Frank, nata per esorcizzare più che prevenire comportamenti predatori e potenzialmente distruttivi degli intermediari. Facile dire “cancelliamola!”, meno facile indicare con cosa sostituirla. Ad esempio, parte della Dodd-Frank è il Consumer Financial Protection Bureau, che dovrebbe tutelare i risparmiatori. Non pare aver funzionato benissimo, o meglio forse sì ma solo ex post, ad esempio scoprendo il caso dei dipendenti di Wells Fargo che letteralmente creavano conti correnti aggiuntivi addebitandone le spese ai titolari. Quanto al resto, se Segretario al Tesoro diverrà un uomo di Wall Street, avremo una discreta nemesi delle tesi populiste di Trump, autonominatosi “uomo del popolo” e paladino di Main Street. State seri, se potete.

Sull’immigrazione, le proposte sono abbastanza lineari e non del tutto eretiche, anche se fa sorridere il punto sull’enforcement dei paesi che non si riprendono i loro immigrati. Forse nell’emisfero americano è tutto più gestibile. Pensate in Europa, rispetto ai flussi da Sud e dal Medio Oriente. Eppure vedrete che ci sarà chi invocherà la “dottrina Trump” anche per noi.

Il commercio estero, come detto, è il punto dirimente, quello che ci separa da una recessione globale. Trump invoca il level playing field nella concorrenza globale, che è principio astrattamente condivisibile ma molto difficile da applicare. Oltre al reshoring, cioè al rientro in patria di molte attività manifatturiere. Altra chimera, visto come si è sviluppata in questi decenni la divisione internazionale del lavoro con le catene di fornitura. Qui non abbiamo proprio idea di come si muoverà il presidente Usa. Il rischio è quello di una distruttiva guerra protezionistica, con buona pace dei genietti che da noi dicono che non è vero che i dazi rappresenterebbero un problema. Quanto alla riscrittura del trattato commerciale NAFTA tra Usa, Canada e Messico, attendiamo gli eventi per capire se ed in quale direzione si andrà.

Sul capitolo Difesa, attendiamo di sapere in quale direzione si eserciterà l’eventuale antagonismo e chi sarà il bersaglio della confrontation di Trump. Se è vero che con Putin si va verso l’entente cordiale (o l’appeasement, a seconda dei punti di vista), non resta che il bacino del Pacifico per reperire nuovi nemici. Non è difficile, no? Altrimenti, per quale motivo aumentare la spesa per la Difesa, se si è appena deciso di assumere posizioni isolazioniste?

In sintesi, da questo programma notiamo echi e ruminazioni del vecchio reaganismo: forte aumento di deficit, e conseguenti voragini nei conti pubblici. Il taglio di tasse causerà fatalmente un aumento delle disuguaglianze ma Trump cercherà di mettere tranquilli i bianchi colletti blu stressati che lo hanno votato, elargendo loro qualche costosa mancetta. E qui sarà interessante l’interazione tra Casa Bianca e Congresso, entrambi Repubblicani. Trump ribadirà la santità di Medicare e Medicaid e quindi finirà a scontrarsi con Paul Ryan, che da sempre punta alla “voucherizzazione” di questi istituti di welfare, cioè ad erogare somme fisse agli stati, per contenerne la dinamica avversa di spesa, cioè di fatto a smantellarli? Tempi interessanti.

In chiusura, due parole sull’ubriacatura “populista” che pare aver colto il mondo occidentale. Pare non sia l’austerità, come dimostra il caso americano. Forse è l’emigrazione di massa, non sapremmo dire. Di certo, ad ascoltare alcuni cosiddetti politici italiani, quelli sempre pronti a saltare sul carro del vincitore fuori dai confini, siamo all’alba di una nuova era della Speranza. Avremmo qualche robusto dubbio: non si mette in tavola xenofobia, sciovinismo e razzismo, dopo tutto. Per ora, tutti tirano per la giacchetta il presunto “modello Trump”: per copiarlo o esorcizzarlo. È buffo, ad esempio, quanto scritto da Beppe Grillo a caldo:

«Magari diventerà un moderato. Lo vedo già che dirà: “sì, l’ho detto, ma eravamo in campagna elettorale ecc”. Però il mondo è già cambiato»

Che pare indicare che, per Grillo, quello che conta non sia governare secondo i programmi ma l’effetto-vaffa sull’establishment. Interessante esempio di spirito olimpico, dove non conta il risultato ma partecipare. Come interessanti, antropologicamente, sono le reazioni di molte altre figurine del nostro presepe, dal “basta ai finanzieri, finalmente”, alle critiche alla Germania che si azzarda a parlare di austerità e zerovirgola proprio ora, in questo tornante della Storia. Stamattina c’è il grafomane ex Bankitalia, quello che scrive ogni giorno una mezza dozzina di editoriali-fotocopia per dimostrare che il sistema bancario italiano non sta poi così male, che si sbraccia additando al pubblico ludibrio la pretesa di voler introdurre coefficienti di rischiosità per i titoli di stato detenuti dagli istituti di credito. Proprio ora che Trump ha vinto, signora mia.

Poi arriveranno i “keynesiani per David Lynch”, altra affollatissima categoria italiana, a dirci che serve più spesa pubblica, il nostro premier si scoprirà trumpiano dopo essere stato obamiano, in nome del deficit, e il Carnevale potrà continuare. Ah, nel frattempo qualcuno preghi che il rendimento del Btp smetta di crescere: stamane il decennale è prossimo al 2%, e non ci pare che ciò avvenga a causa di una vibrante ripresa. Abbiamo il DEF e la legge di Bilancio già a rischio. Tra qualche settimana, se prosegue così, dopo la Brexit, l’embargo alla Russia, le macchie solari, le fasi lunari ed il cane che si è mangiato i compiti di Padoan, avremo Trump come causa delle nostre ambasce di bilancio e dovremo invocare flessibilità per combattere il populismo.

Queste dinamiche nostrane ci ricordano quella storiella romanesca che Gianni Brera ha riscoperto, e che è l’essenza dell’italianità nel dibattito sui destini del mondo, oltre che il canovaccio prevalente dei nostri talk televisivi:

«Noantri semo poveri e gite nun ne famo. La domenica mio padre legge il giornale, ogni tanto tira du’ scorregge, e noi intorno a ride»

E del resto, nel British English è uno dei tanti significati di to trump, no?

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