Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Fingiamo di ridurre il costo del lavoro, qualcuno se la berrà

in Economia & Mercato/Italia

Ieri il premier Matteo Renzi ha annunciato che per il 2017 chi assumerà a tempo indeterminato o in apprendistato nelle regioni meridionali un giovane tra 15 e 24 anni o un disoccupato over 24 in cerca di lavoro da più di sei mesi, avrà uno sconto sui contributi fino a 8.060 euro, come accaduto nel primo anno dei sussidi del Jobs Act. In pratica, si ripete l’errore in quella che appare vieppiù come una sorta di coazione a ripetere l’erogazione di misure prive di razionalità economica.

Il costo del provvedimento sarà di 730 milioni e dovrebbe essere finanziato per 530 milioni con fondi europei del Programma Operativo Nazionale sui sistemi di politiche attive per l’occupazione (PON-Spao). Non è detto che la Ue eccepisca l’uso improprio di tali fondi, in senso di illegittimo aiuto di stato, visto che si tratta di una misura che riduce selettivamente (su base geografica) il costo del lavoro ma non ha valore erga omnes perché interessa quasi soltanto i giovani ed i soggetti in condizione di disoccupazione di lungo termine. Quindi non riteniamo possano esservi rilievi fondati di utilizzo improprio dei fondi comunitari. Il punto vero è che si tratterebbe di incentivo ridicolmente transitorio, per un solo anno.

Al termine dell’anno il costo del lavoro schizzerebbe in alto, tornando da dove è venuto, ed i neo assunti regolari tornerebbero ad essere un lusso che le imprese non possono permettersi. Anche senza considerare il rischio di abusi nelle pratiche di assunzione per beneficiare degli 8.060 euro di decontribuzione. È semplicemente desolante che Renzi non riesca ad afferrare il concetto basilare di riduzione strutturale del costo del lavoro; la cosa per certi versi non sorprende, visto che l’intera struttura dei sussidi del Jobs Act poggia su questo principio di temporaneità (ed infatti i numeri dell’Osservatorio Inps parlano chiarissimo). Sorprende certamente di più che la pletora di consiglieri economici del premier non segnali l’esigenza di mettere mano a qualcosa di permanente per evitare che dal primo gennaio 2018 l’intera baracca ci finisca in testa, soprattutto in caso di rallentamento congiunturale, con una strage di posti di lavoro “stabili”, molti dei quali finirebbero poi ad essere cannibalizzati dalla voucherizzazione, dove il sistema punta a ridurre il costo del lavoro, con le buone o con le cattive.

Dei tanti esempi di pessima politica economica di cui Renzi ha sinora dato prova, questo dello sgravio al Sud per un anno è forse il peggiore in assoluto, al punto da sembrare quasi uno sberleffo. Non solo: se non avessimo tutti molta fretta e la memoria di un pesce rosso scopriremmo che nel Mezzogiorno, sino al 31 dicembre 2014, vigeva l’agevolazione di una legge, la 407/90, che nella sua ultima versione, conseguenza della legge Fornero, prevedeva una decontribuzione Inps del 100% di durata triennale per assunzioni con contratto a tempo indeterminato di lavoratori disoccupati da oltre 24 mesi oppure sospesi dall’attività lavorativa (cassintegrati) da almeno 24 mesi. La stessa legge prevedeva una decontribuzione triennale del 50% per le imprese operanti non nel Mezzogiorno. Quella legge fu abrogata per fare spazio ai sussidi triennali del Jobs Act. Ora Renzi si precipita, a tempo abbondantemente scaduto, a mettere una pezza a colori della durata di 12 mesi, limitatamente al Mezzogiorno. Perché la filosofia del Jobs Act è un successo, sia chiaro, e perché il 4 dicembre incombe.

Allora, seguite il ragionamento: prima del Jobs Act c’era la legge 407/90, come innovata dalla Fornero, che prevedeva sgravi triennali sui neo assunti provenienti dalla disoccupazione. Poi è arrivato il Jobs Act a fare praticamente lo stesso, aggiungendovi l’abolizione dell’articolo 18 per ridurre gli oneri di risoluzione del rapporto di lavoro, e con il sostegno di sussidi temporanei per fingere di ridurne il costo. Resta quindi la costante della mancata riduzione strutturale del costo del lavoro, ennesima lattina italiana scalciata lungo la strada. Ancora una volta, per l’ennesima volta, le scorciatoie italiane portano dritte ad un muro. Nel mezzo, la grande arroganza e le televendite di un premier confuso che vede quel muro sempre più vicino.

Anche qui, ci soccorre una pillola di saggezza immortale, pur se ormai consunta dai ripetuti richiami, di Albert Einstein: la follia consiste nel fare sempre la stessa cosa, attendendosi ogni volta risultati differenti. O forse, più che la follia, si tratta dell’italianità, sempre più vicina alla bancarotta.

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