Andrà molto peggio, prima di andare meglio

I grandi progetti di Fillon. Per la Germania

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Spigolando tra i punti del programma presidenziale di François Fillon (che analizzeremo in dettaglio col trascorrere delle settimane), ci è caduto l’occhio sulla parte relativa alle politiche europee, in particolare su ruolo dell’euro e politica commerciale. Da essi si coglie il tentativo di Fillon di svuotare l’acqua dell’acquario in cui nuota il Front National di Marine Le Pen (che non ha ancora aggiornato il programma del suo partito, fermo al 2012) e rinsaldare il direttorio franco-tedesco, entro un quadro sempre più intergovernativo in cui la Commissione europea finirebbe rottamata. Operazioni ad elevato rischio di esecuzione, diremmo, oltre che basate su alcuni assunti piuttosto eroici.

La sezione del programma è intitolata, senza troppi sforzi di fantasia, “Una Francia sovrana in un’Europa rispettosa delle nazioni“. Molto chiaro ed altrettanto prevedibile, si diceva. Fillon vuol fare dell’euro lo “strumento della sovranità” europea. Se questo vi pare un ossimoro, vi teniamo compagnia. Richiamando antichi echi di frustrazioni golliste, Fillon vuole l’euro come una vera “moneta di riserva” per contrastare il “privilegio esorbitante” del dollaro sulla scena globale. E come arrivare a ciò, sempre secondo Fillon? In primo luogo, con un’azione entro l’Eurozona mirata ad armonizzare il fisco e a combattere la concorrenza fiscale tra paesi. Anche questo è un altro spauracchio dei francesi, almeno da quando hanno cominciato a perdere competitività. Per arrivare a questa armonizzazione, l’esempio dovrà venire (manco a dirlo) dalla coppia franco-tedesca, che per Fillon dovrà realizzare, entro tre anni, una perfetta convergenza su imposta societaria, Iva e tassazione dei capitali. Una volta che il direttorio franco-tedesco avrà raggiunto la convergenza “interna”, il resto dei paesi dell’Eurozona farà come l’intendenza napoleonica, cioè seguirà, e il punto di arrivo del percorso sarà la creazione di un Tesoro europeo, con la messa in comune dei debiti nazionali. Auguri vivissimi.

Poi, l’Eurozona dovrà creare un direttorio politico composto dai capi di stato e di governo, e guidato da uno di loro. Basta Consiglio europeo con un “burocrate” terzo (anche se poi in realtà è un politico), quindi. Peccato per Fillon che questa struttura di governance comunitaria di fatto sia nata come camera di compensazione delle istanze nazionali. Voi vedete l’Eurozona guidata direttamente da Angela Merkel, intronizzata dal direttorio franco-tedesco, e gli altri capi di governo a reggere lo strascico? Mai dire mai, ma al momento ci pare piuttosto velleitario. Fillon vuole che questo direttorio “piloti” l’euro, e di conseguenza la Banca centrale europea, indirizzandosi verso una sorta di “doppio mandato”, stabilità dei prezzi ma anche crescita e occupazione. Anche qui, auguri: sentiremo Berlino. Fillon vuole inoltre che i ministri delle Finanze dell’Eurozona guidino la politica economica dell’area, affiancati dai parlamenti nazionali ma anche da quello europeo. Ancora una volta, abnorme problema di coordinamento: quello alla base dello sviluppo delle istituzioni comunitarie ma anche della loro crisi per eccesso di terzietà rispetto alla semplice sommatoria di interessi nazionali conflittuali. E vissero tutti infelici e scontenti, ma almeno con un perfetto capro espiatorio esterno al paese. Il problema del coordinamento, secondo Fillon, si risolverebbe creando un “Segretariato” che di fatto esautorerebbe la Commissione europea. E si torna al via.

Detto e posto che la Bce deve essere “accomodante”, cioè orientata ad un mandato duale (i due concetti non sono necessariamente sinonimi, ma non sottilizziamo) Fillon prevede come “contropartita” ad una politica monetaria di tassi bassi (probabilmente per non fare alzare il sopracciglio ai mercati), l’implementazione delle leggendarie “riforme strutturali”. Ulteriore tassello della strategia del candidato di centrodestra è quello che viene definito “l’allargamento del calendario di riduzione dei deficit”. Quello che la Francia sta già perseguendo indisturbata da anni, in pratica. Forse consapevole che, per far convergere politicamente Berlino su Parigi, serve che Parigi converga economicamente su Berlino, Fillon se ne esce con un programma thatcheriano di tagli di spesa e riduzione del perimetro della pubblica amministrazione, battendo sul fatto che la spesa pubblica francese intermedia ben il 57% del Pil del paese, circa una dozzina di punti percentuali sopra il livello tedesco.

Quanto alla politica commerciale, Fillon manda all’elettorato messaggi di “protezione”, invocando il level playing field contro l’immancabile Cina, a cui non deve in alcun caso essere concesso dalla WTO lo status di economia di mercato, e rilanciando il no al già defunto TTIP, oltre ad invocare barriere non tariffarie basate su ambiente e rispetto dei diritti dei lavoratori, richiedendo al contempo l’apertura dei mercati altrui. Ricorda i tifosi del chilometro zero, per non avere importazioni tra i piedi, ma anche della protezione commerciale internazionale dei propri prodotti tipici, per poterne esportare di più. Da ultimo, Fillon invoca la détente con la Russia (definita “alleato storico della Francia”), per poter recuperare quel paese all’export francese, soprattutto agricolo. Un po’ scivoloso subordinare la politica estera al proprio export, ma non vorremmo essere troppo schizzinosi. Che dirà Fillon se la Russia deciderà di fare delle tre repubbliche baltiche un protettorato russo? Invocherà l’interesse degli agricoltori francesi? Tutto si può fare, per carità. Nel programma viene poi richiamata l’esigenza di emanciparsi dalla “protezione” militare Usa ed al contempo spingere l’industria europea della Difesa, di cui la Francia è un peso massimo. Anche qui, una riserva di procurement militare a favore delle imprese europee viene vista come risposta al neo isolazionismo trumpiano, sempre ammesso che quest’ultimo avvenga realmente. Tempi interessanti, ve lo diciamo sempre.

In sintesi: per Fillon la Francia deve “riprendere l’iniziativa” in Europa. Lo stesso concetto di Renzi: il marketing politico non inventa nulla, dopo tutto. Gli altri paesi non attendono che di essere “guidati”, nella loro presunta inconsapevolezza. Fillon declina questa immaginaria leadership mediante “accalappiamento” della Germania: il braccio berlinese e la mente parigina, in pratica. Chissà perché i francesi continuano a credere che i tedeschi possano essere addomesticati ai loro desiderata, manco fossero un ricco cugino scemo da plagiare. Per ottenere ciò, il candidato presidente francese finge di ignorare (almeno, ci auguriamo si tratti di finzione) gli enormi problemi di coordinamento che sono alla base del drammatico decadimento dell’azione politica della Ue. Non basta un direttorio a due per guidare 19 paesi, pare. A noi sembra che il tentativo di compiacere lo stressato elettorato porti a drammatiche torsioni della realtà, ridotta al ruolo di variabile residuale, in attesa di risvegli durissimi. Continua, attendendo il programma lepenista, che promette di essere ben più fantasioso.

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