Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Pillole avvelenate di un Natale italiano

in Discussioni/Economia & Mercato/Italia

Fine della telenovela MPS: interverrà lo Stato, cioè i contribuenti, cioè noi (o quasi tutti noi). Gli obbligazionisti hanno fatto la loro parte, con quasi 2,5 miliardi di euro di adesione spintanea alla conversione azionaria, tra istituzionali e retail. Peccato per la desolante assenza di “anchor investor“: né Qatar, né Re Magi assortiti. Ma non temete: vi diranno che la colpa è del No al referendum costituzionale, perché tutto va ricondotto alla Narrazione. Che comunque non è esclusiva renziana, sia chiaro.

Specularmente, vi saranno e vi sono anche quelli che “l’assalto a Mediaset è colpa dell’euro”, giusto per non farci mancare nulla. Berlusconi è tornato statista ed improvvisamente non ha più fretta di fiondarsi alle urne: prima c’è da mettere in sicurezza Mediaset, nel nome dell’italianità. Da oltre trent’anni Berlusconi vive ed opera in questo modo. Quando i suoi lord protettori della Prima Repubblica sono caduti, lui è “sceso in campo” direttamente, eppure ci sono ancora quelli che non riescono a vedere il nesso tra pensieri, parole, opere ed omissioni del personaggio.

Nel frattempo, sotto il radar, Alitalia lotta per la propria sopravvivenza: pareva che Etihad avesse la ricetta imprenditoriale per risolvere il problema alla radice, e invece no. Anche gli arabi (e gli australiani, vero, Mr. Hogan?) sbagliano, si direbbe. Quando l’ecosistema muta, ci sono forme viventi che soccombono. Ma in Italia c’è una peculiarità: nessuno deve soccombere al mutato contesto ambientale. Si va avanti fingendo e spazzando tutto sotto il tappeto, sin quando il tappeto non diventa alto alcuni metri e radioattivo e ci rovina addosso. Il costo del fallimento differito diventa un multiplo (o una potenza) di quello che sarebbe stato il fallimento al primo stadio di una crisi non recuperabile. Voi ricordate quanto è costata l’Iri, quando l’ecosistema globale è divenuto ostile alla metalmeccanica e della siderurgia italiana ed ai suoi stratosferici oneri di sistema? C’era l’euro, all’epoca? Si direbbe di no. Sono forme di accanimento terapeutico molto interessanti, quasi un parallelo con la dottrina cattolica contraria all’eutanasia. A noi sarebbe bastato che la natura facesse il proprio corso, però. Su Alitalia, appuntamento al nuovo anno.

Il dibattito pubblico italiano ha scoperto i voucher. Oggi ne parlano il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei (su l’Unità), ed Alessandro Gilioli sul suo blog. Taddei afferma che il governo Renzi ha agito per limitare il fenomeno, la cui esplosione (a suo giudizio) sarebbe rintracciabile in una decisione del ministro Enrico Giovannini (governo Letta), che ha cancellato il requisito che le mansioni pagate a voucher siano di natura meramente occasionale. Taddei cita uno studio Inps del 2015 coordinato da Bruno Anastasia da cui emergeva che due percettori di voucher su tre hanno altro lavoro o reddito. Se così fosse, i nostri voucher sarebbero l’equivalente dei mini-jobs tedeschi e sarebbero meno “allarmanti”. Noi però restiamo della nostra idea: il voucher come risposta adattiva del mercato del lavoro all’eccessiva onerosità del sistema. In questo senso, il Jobs Act è stata una risposta posticcia ed insufficiente all’elevata onerosità del sistema. Quello è il dato politico che compendia il fallimento del governo Renzi sulle politiche del lavoro. Alcuni decenni di tassa e spendi senza costrutto non potevano non presentare il conto. Possibile tuttavia che nell’opera avrebbe fallito anche il Padreterno in persona.

Alessandro Gilioli scrive sul suo blog che è maturo il tempo per una riflessione sul “reddito di cittadinanza”. Se ci aggiungiamo il tema molto trendy della disoccupazione tecnologica, ecco un perfetto argomento per dibattere furiosamente per i prossimi mesi ed oltre. Certo, visto che siamo un paese fuori posizione nella divisione internazionale del lavoro, dominato da analfabetismo digitale e con una classe dirigente tre le peggiori dell’Occidente, per ignoranza ed opportunismo, il tema della disoccupazione tecnologica non dovrebbe tangerci più di tanto. Ma anche i lavori low skilled stanno venendo spazzati via dalla tecnologia, vedi i cassieri dei supermercati. E per un paese con elevata componenti di profili professionali low skilled, sono problemi. Ma vedrete che la soluzione si troverà nella patrimoniale, un evergreen del fallimento italiano. Oppure andremo a rifugiarci nel luddismo o nella “tradizione” dei “rapporti umani che sono meglio delle fredde macchine”. A proposito di analfabetismo letale della politica italiana questo tweet ne è il mirabile compendio:

Non solo Tosi è del tutto divorziato dalla realtà, visto che non pare ci sia la fila di investitori esteri per investire nelle nostre banche, ma confonde liquidità con solvibilità. Che abbiamo fatto di male, per avere eletti del genere? E resta il dubbio: prevale l’ignoranza o la malafede?

È stato l’euro, la mutazione di contesto ambientale che rischia di essere letale all’Italia? Forse sì, nella misura in cui ha fortemente limitato fare spesa in deficit per accomodare i crescenti squilibri. Oppure no: il punto di inizio della mutazione ambientale avversa al sistema paese è allora iniziato col divorzio tra Tesoro e Bankitalia, nel 1981, quando la seconda ha perso la possibilità di monetizzare il deficit pubblico. Il problema non è il deficit ma la qualità del medesimo. Anche qui, decenni passati a fare deficit di infima qualità (Renzi è solo l’ultimo esponente di questa fulgida tradizione) hanno stretto il cappio attorno al collo del paese. Ora è inutile cercare scorciatoie. Possiamo anche arrivare all’uscita dall’euro ed alla monetizzazione sistematica del deficit pubblico, in stile sudamericano: non servirà a nulla se non ad arrivare prima all’appuntamento con la realtà e col destino. Un paese che nella divisione internazionale del lavoro finisce relegato alle produzioni a basso valore aggiunto e price sensitive sul costo del lavoro è un paese destinato a finire male, anche se non avesse un fisco vorace come lo è il nostro.

A proposito di classe dirigente inadeguata e che affoga nelle proprie fiabe: il direttore del Fatto, Marco Travaglio, ha deciso che la giunta di Virginia Raggi va difesa fino alla fine, si dovesse anche diventare ultra garantisti e mandare alle ortiche il mantra del “non poteva non sapere”, che di solito vale per il resto del mondo. Marra era molto preparato, era incensurato (una perla nel panorama italiano della pubblica amministrazione, a suo dire); Muraro idem; di Marcello Minenna che scappa dopo pochi giorni meglio non parlare: si rischierebbe di arrivare all’inferenza che ha intuito lo sfacelo che si preparava. Molto meglio pensare ad un complotto per fare fallire la povera Raggi, con quei pedanti precisini dell’Oref che si mettono di traverso. E tacere del fatto che è cambiata la norma sulla contabilità degli enti locali, sempre troppo tardi. Perché in Italia è così: sei incapace? La colpa è di chi non ti lascia lavorare. Qualcuno ti controlla adempiendo ai propri doveri istituzionali? Chi lo paga? Perché non si è girato dall’altra parte come fatto finora?

Travaglio consiglia quindi ai grillini di abbandonare Roma al suo destino e lasciare il lavoro sporco a chi ha distrutto la capitale negli scorsi lustri. Ecco, in questa argomentazione ad absurdum (ma non troppo) risiede tutto il dramma di questo paese. Dobbiamo scegliere tra ladri conclamati e molto abili a devastare la cosa pubblica oppure tra ragazzotti e ragazzotte che non hanno uno straccio di cognizione e consapevolezza, teleguidati ma con la patina di “onestà”, magari solo perché non hanno mai amministrato prima, e che se giungessero al potere centrale applicando i loro precetti causerebbero il fallimento del paese nel giro di alcuni giorni? E soprattutto, andiamo avanti a relativizzare al grido “e gli altri, allora?”. C’è sempre uno Straniero responsabile dei nostri errori, spesso uno Straniero domestico. Il peggiorismo italiano procede a grandi falcate verso il dirupo.

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