Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Non sai contare? La politica italiana ti attende

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Sul Messaggero, un articolo di Andrea Bassi e Luca Cifoni spiega che Palazzo Chigi starebbe studiando per l’Iva “il ritocco dell’aliquota intermedia, dal 10% fino al 13%, anche per ridurre i contributi previdenziali che pesano sulle buste paga dei lavoratori. Si tratterebbe quindi di uno scambio: ogni euro di Iva in più andrebbe ad alleggerire il cuneo fiscale pagato dalle imprese e dai dipendenti”. Che è un’idea semplicemente geniale, in effetti.

L’intervento produrrebbe risorse per 7 miliardi di euro, che sarebbero utilizzate per ridurre in via permanente il cuneo fiscale. Tutto molto bello, avrebbe commentato Bruno Pizzul, e poi ricordiamo che le clausole di salvaguardia per il 2018 prevedono già l’aumento di tre punti dell’aliquota intermedia, dal 10 al 13% e di quella ordinaria, dal 22 al 25%, per portare a casa i 19 miliardi di euro che i nostri eroi renzisti hanno “disinnescato” per ben tre leggi di Stabilità consecutive, mantenendo la loro promessa al Popolo come ognuno di loro, ospite dei teatrini tv, non smette di ripetere ossessivamente.

Ora, già sento i più numericamente attrezzati tra voi obiettare: sì, ma se uso questi sette miliardi per ridurre il cuneo fiscale, non avrò più i soldini per il rispetto delle clausole di salvaguardia. Ah, ecco, in effetti c’è del vero in questa argomentazione. Beh, potremmo sempre prendercela con gli ottusi burocrati di Bruxelles e minacciare di farci esplodere in una camera di cemento armato, no? Questo levata d’ingegno filtra da Chigi per valutare le reazioni assortite di cittadini, politica, imprese. Ovviamente, nel silenzio farisaico che caratterizza questo paese di analfabeti numerici, nessuno leverà il ditino per dire: “ehi, ma scusate, e i 10 miliardi annui gettati per gli 80 euro? Non possiamo riconvertire quelli, anziché aumentare le tasse?” Troppo difficile, giusto? E del resto, quella era “la più grande redistribuzione della storia italiana”, no? Ed è una riduzione di tasse, non un aumento di spesa al quale ci stiamo impiccando, suvvia. Certo, certo.

L’articolo del Messaggero spiega molto opportunamente quali sarebbero i beni colpiti da questo strategico aumento:

«L’Iva al 10 per cento si paga su una serie di prodotti alimentari (dalla carne al pesce ai salumi) sui biglietti di treni aerei e autobus, su quelli di cinema e teatri, sull’energia elettrica, sui farmaci, sulle consumazioni al bar e al ristorante e sulla spesa per gli alberghi. Voci abbastanza sensibili, anche se un aumento potrebbe essere presentato come attenuazione di un’agevolazione che comunque resta in piedi»

Questa deve essere behavioural economics: alzare l’aliquota intermedia ma convincere i contribuenti che è andata comunque bene, perché esiste ancora un’aliquota intermedia. Siamo certi che, di fronte a questa splendida notizia, i consumatori avrebbero un’impennata di fiducia e si fionderebbero a spendere. La domanda, in questo paese, resta sempre quella: dove finisce l’analfabetismo numerico dei politici (che poi è quello della popolazione) e dove comincia la malafede? Ah, saperlo.

A proposito di questo mistero italiano, oggi sul Sole trovate la replica di Francesco Boccia alla letterina di ieri dei gemelli Renzi. Nulla di che, tranne la reiterazione di un concetto molto caro al presidente della Commissione Bilancio della Camera. La meravigliosa idea di rimuovere tutti i crediti deteriorati dalle banche italiane creando un Super-Atlante. Sostiene Boccia:

«L’errore più netto è stato proprio quello di non capire che era necessario intervenire per tempo in parte con risorse pubbliche anche attraverso CDP, in parte con le banche italiane e straniere in un fondo con le stesse funzioni di Atlante. Si capiva già dal 2014 che il mercato non avrebbe garantito nuovi aumenti di capitale per le banche venete, per le banche regionali e per lo smaltimento di sofferenze a rischio. Se avessimo fatto nascere un Atlante pubblico-privato di venti miliardi nel 2014 avremmo messo insicurezza il sistema. Alcuni di noi lo hanno detto pubblicamente e in Parlamento e non sono stati ascoltati»

Pensate: con soli 20 miliardi avremmo “messo in sicurezza” un sistema di 200 miliardi di sofferenze nette e quasi altrettanti di incagli, che nel frattempo stanno rapidamente migrando a sofferenze conclamate. Il che, con un complesso algoritmo, implicherebbe per il Super-Atlante una leva pari ad almeno 10, e per le sole sofferenze. Premesso che CDP è illiquida ed ingessata da tutti i magheggi fatti con Poste e quant’altro, alla fine a che prezzo avremmo dovuto comprare le sofferenze? A quello che avrebbe fatto fallire CDP e con essa il risparmio postale degli italiani? Serve chiedere risposta all’ingegnere finanziario Boccia, che con l’occasione reitera che le “banche estere” avrebbero dovuto pagare per prendersi in carico le sofferenze italiane, “perché loro in Italia guadagnano”. Il problema di questo paese è anche quello di avere politici che argomentano e si atteggiano come guappetti esattori di periferie socialmente disagiate. Ma su ogni altra cosa, il problema vero è aver politici che non sanno far di conto. I numeri, queste seccature.

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