Oggi sulla stampa si dà conto delle unintended consequences prodotte dalla risoluta azione di Francesco Boccia, il nemico giurato degli Over the Top, strenuo difensore dell’antitrust alle orecchiette. L’uomo che, con un impressionante uno-due, riuscirà ad infliggere rilevanti danni a tutti tranne che agli Over the Top medesimi. Un talento naturale, altrettanto naturalmente associato ad una iattanza assertiva che ne fa uno dei maggiori demiurghi del tafazzismo italiano.

Questa mattina, presentando l’ultima sua fatica saggistica (The Challenge of the digital economy, scritto a quattro mani con Robert Leonardi), il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd), ha colto l’occasione per illustrare alcune idee di contrasto al rischio di un monopolio privato, e per ripristinare un antico monopolio pubblico, in nome della lotta senza quartiere contro il neoliberismo. Perché questi sono i tempi che corrono, e lo spirito dei nostri politici di ispirazione sovietica ha trovato nuova linfa vitale, approssimandosi le elezioni.

Sul Messaggero, un articolo di Andrea Bassi e Luca Cifoni spiega che Palazzo Chigi starebbe studiando per l’Iva “il ritocco dell’aliquota intermedia, dal 10% fino al 13%, anche per ridurre i contributi previdenziali che pesano sulle buste paga dei lavoratori. Si tratterebbe quindi di uno scambio: ogni euro di Iva in più andrebbe ad alleggerire il cuneo fiscale pagato dalle imprese e dai dipendenti”. Che è un’idea semplicemente geniale, in effetti.

In attesa del giudizio divino di domenica, facciamo una rapida rassegna stampa a commento delle criticità del sistema bancario italiano, alla luce dell’esito del referendum, sempre con la consapevolezza che, se c’è un modo per fare casino con una situazione e trasformarla in un gioco a somma negativa, gli italiani lo faranno. O anche, che se c’è da costruire teoremi e ricette miracolose sulla base di correlazioni rigorosamente spurie, là troverete un italiano intento ad arringare le folle.

Gli ultimi due giorni si sono incaricati di assestare robusti ceffoni a tutti i patrioti che da tempo insistono sull’autarchia come risposta alla grave incomprensione delle peculiarità del nostro paese da parte dell’universo mondo, segnatamente della parte europea di esso. Ancora una volta, crocevia dell’appuntamento col destino cinico e baro sono le nostre banche, la loro invidiabile solidità, appena scalfita di qualche situazione di lieve criticità che tuttavia non ne modifica l’affidabilità complessiva. Vero? Vero? E poi arrivano secchiate di acqua gelida in pieno viso. Poteva andar peggio, poteva non essere acqua.

All’indomani della decisione del governo di sopprimere l’emendamento relativo alla “quota 96” di cui avrebbero beneficiato 4.000 insegnanti, e dopo l’annuncio di Matteo Renzi di riordinare la materia complessiva “a fine agosto”, spicca la furibonda reazione del presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia. Che in svariate dichiarazioni ed interviste grida di fatto al golpe tecnocratico. E pensare che non è neppure un’estate calda.

A conferma del fatto che in Italia contano i simboli e non la sostanza, e che questo dettaglio resta alla base della nostra miserrima condizione e del nostro ancor più gramo destino, oggi vi diamo conto della certificazione di purezza ideologica che la boss della Cgil, Susanna Camusso, ha dato di almeno una delle misure renziane. Non conta essere, né avere, bensì apparire. Siamo nella società dell’immagine, dopo tutto.

Francesco Boccia, presidente Pd della commissione Bilancio di Montecitorio, chiede che il piano di privatizzazioni che il governo si accinge a varare sia accompagnato dalla modifica della tassa sulle transazioni finanziarie.

«Se vogliamo attrarre capitali dall’estero ed investitori per le nostre aziende, non possiamo imporre a chi compra un’azione italiana una tassa di 0,10% (Tobin Tax) oltre alle commissioni medie di trading (0,05%) ovvero oltre lo 0,15% soprattutto perché comprare un’azione in Germania, Spagna, Grecia, Olanda costa all’incirca lo 0,05%, tre volte meno che nel nostro paese. È una differenza insostenibile», scrive Boccia in una nota (Reuters, 24 gennaio 2014)

Ah, però.