Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Debito pubblico

L’Era del Grande Autosputtanamento

È quella che sta vivendo questo disgraziato paese, ormai trascinato dalla sua sedicente classe dirigente (o meglio, digerente) verso i gorghi del fallimento. Anche oggi, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta di raccontarvi episodi che sembrano usciti da un film di Alberto Sordi. In realtà, qui da ridere e sorridere c’è assai poco.

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L’italianità e la pancia piena. Di Btp

Economia & Mercato/Italia

Mentre attendiamo di sapere se Intesa lancerà l’assalto finale a Generali, malgrado i presagi di sventura sull’aggregazione che spirano forti dalle parti del Financial Times, ricordiamo una delle frasi con cui parte della nostra stampa ha accolto la notizia del probabile takeover del Leone triestino: “Generali ha in pancia settanta miliardi di Btp!”. Sì, e quindi? Qualcuno ha raccontato, aneddoticamente, di come tempo addietro una aggregazione tra società di gestione del risparmio fosse saltata perché la parte estera chiedeva a quella italiana di ridurre drasticamente il peso dei Btp in portafoglio. Questa pare un’amena idiozia, nel senso che una Sgr non dovrebbe avere un eccesso di titoli di stato in portafoglio, se solo seguisse benchmark globali. Ma non divaghiamo. Difendere l’italianità di Generali, tra le altre cose, per quei 70 miliardi? In che senso?

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Banche, attenti a quello che desiderate

Economia & Mercato/Italia

Un rapido consiglio dei ministri, ieri sera, ha stabilito di chiedere al parlamento l’autorizzazione ad aumentare il debito pubblico di un massimo di 20 miliardi di euro, ove si rendesse necessario “adottare misure aventi lo scopo di tutelare i risparmiatori qualora si materializzassero rischi nel settore finanziario”. Che tradotto vuol dire soldi pubblici per le banche in difficoltà. Siamo giunti all’epilogo, forse. Meno male, verrebbe da dire.

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Molto deficit, molti nemici, molto onore

Economia & Mercato/Italia

Nuovo giorno, nuova drammatizzazione del “confronto” tra il governo italiano e la Commissione Ue sui numeri della nostra legge di Bilancio. Non è poi così rilevante quello che ieri Jean-Claude Juncker ha detto, sbottando col suo temperamento “vivace” sui quotidiani proclami di Matteo Renzi contro “gli ottusi burocrati di Bruxelles”. Noi ci saremmo anche stancati, peraltro, di questo nazionalismo in scarpe di cartone e pezze al culo, realizzato con cinismo ma anche con crescente nervosismo, da un premier che si è messo all’angolo da solo, e non da oggi, tra un rilancio e l’altro che fatalmente aumenta la probabilità di rovina.

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Vado pazzo per i piani ben riusciti di Padoan

Dalla Nota di aggiornamento al Def, illustrata in notturna da Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, senza slides e con alcuni buchi relativi al “negoziato” con la Commissione Ue, emerge un sostanziale ottimismo del governo sulla crescita per il 2017, posta a 1% del Pil, un valore “deviante” rispetto alle previsioni dei centri ricerca pubblici e privati (ricordiamo ad oggi l’inquietante 0,5% del Centro Studi Confindustria e lo 0,8% di Prometeia). Il governo prende atto che anche per quest’anno il rapporto debito-Pil non scenderà. La caccia al fattore avverso porta rapidamente alla scoperta del colpevole, ma la capacità di autocritica continua a latitare.

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La mano debole di un pessimo giocatore d’azzardo

Per il terzo anno consecutivo, cioè dal suo arrivo a Chigi, Matteo Renzi si appresta a buttarla in caciara con la Ue per poter quadrare i conti (si fa per dire) con più deficit. Conosciamo l’obiezione governativa: il rapporto deficit-Pil italiano non sta aumentando bensì diminuendo, e resta sotto la soglia del 3%, quindi non c’è alcun aumento di deficit. Le cose non stanno in questi termini: correggendo per il ciclo economico, nel 2016 l’Italia ha aumentato il deficit-Pil strutturale, cioè riferito al Pil potenziale, dello 0,7%, e questo a preventivo. A consuntivo, stante il rallentamento, potrebbe anche fare peggio.

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San Mario e l’avanzo primario

Economia & Mercato/Italia

Gli ultimi dati Istat, riferiti al mese di marzo e relativi sia all’attività manifatturiera che al commercio al dettaglio, vanno letti con alcune accortezze statistiche, ad evitare di trarre conclusioni affrettate. Ma quello che trova conferma, su altri dati, è che, senza l’azione di Mario Draghi, questo paese sarebbe già colato a picco da tempo. Anche per questo motivo, alcune orgogliose rivendicazioni governative appaiono più frutto di propaganda che di effettivo impulso di crescita indotta da non meglio precisate “riforme”.

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Orgoglio e dipendenza

Puntata di Omnibus La7 di venerdì 6 maggio, condotta da Alessandra Sardoni con Vincenzo Amendola (sottosegretario Esteri), Federico Rampini (la Repubblica), Massimiliano Fedriga (Lega Nord), Angela Mauro (l’Huffington Post), Lorenzo Pregliasco (YouTrend.it) ed il vostro titolare. Qui sotto una pillola: la leggenda dell'”austerità” che non c’è più da un paio d’anni, uno sguardo al parametro fondamentale della nostra economia, il rapporto debito-Pil, che è cartina di tornasole della forza della nostra crescita, o della mancanza di essa; il significato ultimo del termine “flessibilità” di bilancio (spoiler: più deficit e debito) e l’inopinata tendenza degli italiani a mescolare patrio orgoglio e reiterata domanda di “solidarietà”, che significa che “altri” devono partecipare al finanziamento delle nostre decisioni di spesa. Che tuttavia sono solo nostre, sia chiaro.

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Non per cassa ma per disperazione

Intervenendo oggi al Senato in fase di replica alle mozioni su quella che le agenzie di stampa definiscono orwellianamente “privatizzazione parziale” di Ferrovie dello Stato, e che non avverrà quest’anno, il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, è riuscito a sostenere una cosa ed il suo contrario. Grande è lo stato confusionale sotto il cielo del governo, quindi la situazione è quella solita: grave ma non seria. Ed il rapporto con la realtà resta sempre assai conflittuale.

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I grandi successi del governo Draghi

Economia & Mercato/Italia

Nel 2015 l’indebitamento netto della pubblica amministrazione ha raggiunto gli obiettivi fissati dal governo Renzi, con un deficit-Pil al 2,6% dal 3% del 2014. Non si registrava un deficit così contenuto dal lontano anno 2000, con l’unica eccezione del 2007, come Matteo Renzi non perde occasione di ricordarci. Tuttavia, come ricorda Massimo Bordignon su lavoce.info, quello che conta è il modo in cui tale rapporto deficit-Pil è stato conseguito. Che ci indica che qualche problema strutturale è rimasto.

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