Scene da un declino 2 – L’involuzione della specie

E così, nasce il governo Berlusconi bis. Quello che dovrebbe affrontare, in meno di un anno, il problema del “recupero del potere d’acquisto delle famiglie”, dopo aver sostenuto che non vi è stato nessun depauperamento del medesimo; quello che dovrebbe puntare allo “sviluppo del Mezzogiorno”, dopo aver affermato che il Mezzogiorno ha conosciuto, negli ultimi quattro anni, uno sviluppo senza precedenti; quello che in definitiva dovrebbe restaurare l’approccio social-corporativo alla gestione della cosa pubblica, come ben illustrato da JimMomo. Quello che tenterà di ripartire “con rinnovato slancio”, per confutare dalle fondamenta il programma approssimativamente liberale con il quale questa stessa maggioranza aveva vinto le elezioni del maggio 2001. Siamo quindi di fronte ad una maggioranza schizofrenica, con un premier che è costretto (?) a cedere alle pressioni degli alleati più statalisti per tentare di sopravvivere fino alla scadenza naturale della legislatura, ma al contempo cerca di resistere con ogni mezzo e preservare i contenuti politici di quattro anni fa, reintroducendo nel governo, pressoché nottetempo, quel Tremonti che era stato all’origine della “verifica” interna alla coalizione, durata oltre un anno e terminata con la sua defenestrazione, la scorsa estate. Un esercizio di strabismo, o forse uno sberleffo agli “strateghi” Fini e Follini, che finirà con l’accentuare il bipolarismo tutto interno a quello che ormai è solo l’ologramma di una maggioranza. Da un lato, Forza Italia e Lega Nord, dall’altro Udc e An. Il popolo delle partite Iva da un lato e l’assistenzialismo statale e meridionale dall’altro? Forse, ma non si tratta solo di questo. La pervicace resistenza della struttura sociale italiana ai cambiamenti, destinata a perpetuarsi fino al manifestarsi dell’inevitabile evento traumatico, si riprodurrà anche nei prossimi mesi, e costituirà un tema autenticamente bipartisan. Da questa vicenda emerge l’assoluta anti-modernità del sistema politico italiano, un sistema che riesce ancora a dare un mercato elettorale a partiti che si definiscono “comunisti”, anomalia assoluta nei paesi occidentali, ed al contempo produce una coalizione sedicente liberale che non riesce neppure a produrre una riforma minimale delle libere professioni. Da un lato, un riformismo di facciata, che non riesce neppure a scalfire le componenti inerziali di una società come quella italiana, perennemente autoindulgente e basata sull’assistenzialismo, l’antitesi della meritocrazia, dotata di una classe dirigente largamente conformista e priva di capacità d’innovare; dall’altro, una coalizione tuttora priva di programma, che dibatte temi “attuali” e d’autentica avanguardia come il significato del termine socialdemocrazia e vive di espedienti politici per mascherare la propria drammatica incapacità a sviluppare un progetto complessivo per il paese. Ora, la ricreazione volge al termine: il paese si avvia a larghi passi verso una crisi fiscale di entità mai sperimentata in precedenza. Una condizione in cui verrà meno la vecchia logica del dare la mancia a tutti, quella stessa logica che ha prodotto un debito pubblico pari a al 105 per cento del prodotto interno lordo. Occorreranno coraggio e determinazione per prendere decisioni molto difficili. La vera essenza del riformismo, ma è lecito dubitare della capacità di questa classe politica, presa nella sua quasi totalità.


“Non so come andrà a finire, ma so che è finita”

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