Liberi dall’odio

Anche quest’anno si compie la liturgia dell’anniversario della Liberazione del paese dal nazifascismo. Parliamo di liturgia perché, da sempre, questo giorno è stato sequestrato dall’egemonia culturale della sinistra, e scagliato contro il “nemico” di turno. Nemico che anni addietro era rappresentato dalla Dc e dal suo sistema di potere, oggi è incarnato da Berlusconi e dalla sua coalizione. Né mancano temi “evergreen” come l’odio antiamericano ed antisionista, e la difesa intransigente degli abituali temi del terzomondismo autoritario, siano essi Cuba, Chavez, i palestinesi o le tematiche no-global.
Non stupisce, quindi, che anche oggi la sinistra abbia colto l’occasione per celebrare il proprio 25 aprile di divisione e di guerra civile dialettica. Quest’anno il tema dominante è rappresentato dalla difesa della Costituzione del 1948, contro il progetto di riforma federalista approvato in prima lettura dal precedente governo Berlusconi. Romano Prodi, da navigato arruffapopolo, ha subito colto l’occasione per galvanizzare le proprie truppe, acquisendo l’aria grave e pensosa dei tempi migliori, quella della superiorità morale ed antropologica che rappresenta il migliore collante per una coalizione tuttora priva di un programma e di temi condivisi che non siano l’ossessione antiberlusconiana.
Sulla premessa che noi consideriamo atto moralmente dovuto la pietà per i morti, di qualsiasi ideologia, ma consideriamo parimenti inaccettabile la parificazione, morale e anche materiale, tra i due schieramenti, vorremmo ricordare questo 25 aprile parlando del contributo fornito dalla Brigata Ebraica alla liberazione del nostro paese, e lo facciamo al contempo per denunciare l’intolleranza e l’uso strumentale che una parte non minoritaria della sinistra fa del 25 aprile, divenuto ormai il contenitore universale della mistificazione ideologica, ma anche per tenere viva una pagina di storia che troppo spesso viene sepolta da quella furia revisionista che la sinistra tende abitualmente ad attribuire ai propri avversari.

Quello che segue è un appello di alcuni esponenti della comunità ebraica milanese contro la strumentalizzazione della Shoah. Strumentalizzazione che trova ormai da tanto, troppo tempo, due occasioni ricorrenti nel Giorno della Memoria (27 gennaio) e nelle celebrazioni per l’anniversario della Liberazione:

APPELLO Contro il rischio di manipolazione della Shoah

di Davide Romano

Abbiamo letto su Morashà una recente lettera di Amos Luzzato, di cui condividiamo i timori di banalizzazione e manipolazione della Shoah in senso antiebraico e nello stesso tempo i timori di riformare istituzionalmente il Giorno della Memoria. Riteniamo stia emergendo un problema circa l’approccio culturale con cui viene affrontato il 27 gennaio.
Gli esempi potrebbero essere diversi.
Ai sopravvissuti alla Shoà negli incontri nei licei viene puntualmente chiesto, nella più assoluta indifferenza – e talora con la complicità – della maggior parte dei professori, il perché dei comportamenti “nazisti” di Israele.

Il 25 aprile è ormai abitudine a Milano che le organizzazioni ebraiche e la Comunità partecipino al corteo dietro allo striscione della Brigata Ebraica e con molte bandiere israeliane al seguito. Ma per farlo devono usufruire della scorta delle forze dell’ordine.Tale situazione è inaccettabile.

Le cause sono diverse: l’istruzione, su cui peraltro l’U.C.E.I. sta già giustamente lavorando, è sicuramente un punto fondamentale, ma non è l’unico. Giornalisti (?) e intellettuali (?) manipolano la Shoah senza colpo ferire continuamente.
I ragazzi che mal tollerano le bandiere di Israele il 25 aprile non necessariamente hanno imparato che gli israeliani sarebbero i nuovi nazisti all’università.
O comunque non solo.
Trovano conferme continue sui giornali, nelle radio ed in tv.
Questo deve farci pensare a come ormai, al di fuori delle aule universitarie di storia, i nuovi storici siano ormai i giornalisti.
A loro va riservata la stessa attenzione che dedichiamo agli storici negazionisti o revisionisti (nell’accezione negativa del termine, ovviamente). Anche all’ultimo Giorno della Memoria, nella Piazza del Duomo di Milano, qualcuno degli oratori ha preferito impiegare il tempo a propria disposizione per esporre la critica della politica estera di Bush: cosa più che legittima, ovviamente, ma non in quel giorno, non in quella sede, e non evocando in tale maniera similitudini con la Shoah.
Ovviamente (?) la scelta dell’oratore non ha destato scalpore, perché ci siamo abituati a queste cose. Le sentiamo, ci danno fastidio, ma le mandiamo giù. Così facendo è come se accettassimo la legittimità di tali paragoni.
Non solo, qualcuno potrebbe pensare che siamo addirittura d’accordo, visto che sono presenti rappresentanti dell’ebraismo ufficiale nelle tribuna d’onore.
Di fronte alle situazioni descritte è giusto che gli ebrei tacciano? È giusto che gli ebrei stiano tra gli oratori di questo tipo di manifestazioni? E se ci stanno, è sopportabile che restino muti?
Riteniamo sia opportuno iniziare ad alzare la voce, o a compiere gesti plateali: insomma, cominciare a porre il problema pubblicamente.
Crediamo sia opportuno per esempio, che la prossima volta che ad un Giorno della Memoria si cominceranno ad evocare “la guerra infinita di Bush” o altre questioni politiche che nulla hanno a che fare con la celebrazione, i rappresentanti della Comunità Ebraica si alzino e se ne vadano, o contestino tali paragoni se verrà loro concessa la parola. Così come riteniamo sia utile che quando appaiono articoli di giornale o vignette che paragonano Abu Ghraib ad Auschwitz, sia ancora la Comunità Ebraica a dover intervenire pubblicamente.
Qualcuno dirà che sono cose che vanno discusse dietro ad un tavolo, faccia a faccia. Dissentiamo nella maniera più netta. In passato, per esempio nel caso di Forattini e delle sue vignette che reiteravano l’accusa di deicidio contro gli ebrei, così come su certe “scivolate” del nostro Presidente del Consiglio sul “Mussolini che mandava la gente a fare vacanza al confino” l’UCEI non ha certo taciuto. Giustamente.
E allora perché non imporsi, tutti, di riservare a chi manipola la Shoah almeno lo stesso trattamento riservato al celebre vignettista o al Presidente del Consiglio?

Riccardo Pacifici
David Parenzo
Yasha Reibman
Davide Romano
Andrée Ruth Shammah

I paladini no-global della sinistra antropologicamente superiore sfilano con la kefiah e bruciano la bandiera di Israele e quella americana, definiscono Sharon figlio di Hitler, inscenano vergognose gazzarre squadristiche per impedire ad esponenti del governo israeliano di parlare nelle università italiane, ponendosi così in ideale continuità e contiguità, storica e ideologica, con l’antisemitismo del Gran Muftì di Gerusalemme, zio di Arafat, che durante la guerra si recava a Berlino per spiegare al fuhrer le radici dell’antisemitismo arabo.

Sulle presunte radici risorgimentali della Resistenza, tema sul quale il presidente Ciampi si spende da sempre con grande generosità, nel tentativo di creare simboli condivisi che siano alla base di un’autentica identità nazionale, vorremmo citare il giudizio sferzante di Indro Montanelli che, dopo aver trascorso la propria esistenza come bersaglio del livore ideologico (e delle pallottole) della sinistra, ne è diventato il nuovo idolo, rigorosamente postumo, come nella migliore tradizione progressista italiana, segnalando anche una sua riflessione sui rischi del federalismo all’italiana:

La Repubblica (…) si presentava come depositaria dei valori della Resistenza, un mito ancora più falso di quello del Risorgimento. Che non era stata affatto, come pretendeva di essere, la lotta di un popolo in armi contro l’invasore, bensì una lotta fratricida tra i residuati fascisti della Repubblica di Salò e le forze partigiane, di cui l’80 per cento si batteva (quasi mai contro i tedeschi) sotto le bandiere di un partito a sua volta al servizio di una potenza straniera.” (…) “Il Risorgimento come epopea dello spirito unitario e patriottico è un falso storico. Il Risorgimento fu un fatto elitario, passato sopra le teste del popolo che se lo ritrovò scodellato insieme all’unità del Paese. L’Italia, insomma, nacque da una montagna di patacche su cui campiamo da oltre 150 anni a prezzo, si capisce, d’altre patacche, come quella di uno stato centralistico garantito solo dalla sua inefficienza. Lo Stato italiano è prepotente, vessatorio, talvolta anche persecutorio. Ma non perché sia forte, anzi proprio perché è debole. Il federalismo ha bisogno invece di un radicato sentimento d’identità nazionale che faccia da diga alle spinte centrifughe che il federalismo stesso scatena. E se l’Italia ne infila la china, non ha in mano i freni per poter regolare la corsa, e si sfascia.”


Cimitero di guerra di Piangipane (RA), con le tombe dei combattenti della Brigata Ebraica

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