Trapattonismi politici

Charles Krauthammer, sul Washington Post, compie un’interessante analisi degli espedienti retorici utilizzati dai democratici per logorare la proposta di riforma della Social Security presentata da Bush. Come noto, il presidente vuole riformare il sistema pensionistico pubblico, attualmente basato sul meccanismo a ripartizione, ed introdurre un modello a capitalizzazione pura, cioè basato su conti previdenziali individuali. I Democratici hanno ribattuto sostenendo che il piano Bush nulla dice riguardo il principale problema: la solvibilità della Social Security. A questa obiezione Bush ha risposto proponendo un meccanismo progressivo di riforma, in base al quale le pensioni più ricche avrebbero dovuto essere indicizzate unicamente al costo della vita, e non all’inflazione salariale, mediamente più elevata del primo di circa l’1 per cento. Con la proposta Bush nessuno avrebbe perso potere d’acquisto in termini reali, ma i meno abbienti avrebbero fruito di una maggiore rivalutazione della rendita pensionistica rispetto alle classi agiate. A questo punto, i Democratici, spalleggiati da alcuni titoli di giornale evidentemente fuorvianti, hanno colto l’occasione per sostenere la vecchia ovvietà culturale di un partito repubblicano che mira solo a ridimensionare lo stato sociale. In questo modo, essi aspirano a porre le condizioni per una vittoria elettorale di breve respiro, il mid-term del 2006. Infatti, tra un presidente che accusa gli oppositori di non far nulla (cioè di non avere un programma, ohibò…), e degli oppositori che accusano il presidente di voler “distruggere” lo stato sociale, che tutti supportano, chi pensate possa vincere, almeno nel breve periodo? E i Democratici vanno oltre, sollevando una formidabile cortina fumogena: i tagli non sarebbero necessari, perché il surplus della Social Security (surplus che di fatto non esiste) si estinguerà solo nel 2052 (sic), con buona pace del loro stesso timore per la solvibilità del sistema.

Anche in Italia accade qualcosa di simile: il governo è accusato dall’opposizione rigorista di sfondare i sacri parametri di Maastricht ma, al contempo, la stessa opposizione chiede il rinnovo immediato “senza se e senza ma”, del contratto del pubblico impiego, magari alle stesse, assurde condizioni chieste dal sindacato (8 per cento di aumento retributivo), fiancheggiata, a onor del vero, dal partito della spesa pubblica, che da sempre alligna nella componente “sociale” della maggioranza (si legga al riguardo l’eccellente, come al solito, editoriale del professor Giavazzi).

Morale: governare è difficile, la crisi fiscale è ad ogni angolo di strada, anche per economie ben più robuste della nostra, ed in questo contesto l’opposizione (ogni opposizione) ha buon gioco a rilanciare sul terreno dell’insicurezza e della creazione di aspettative negative negli elettori-consumatori, destinate inevitabilmente ad auto-avverarsi, soprattutto quando l’opposizione si trova di fronte una maggioranza divisa ed indecisa a tutto. Fortunatamente, nelle democrazie funziona il principio dell’alternanza, e vendere fumo (e sogni) è sempre meno pagante, sotto ogni aspetto.