Vent’anni senza tasse per i miliardari cinesi

Risvegliandosi da un torpore durato oltre due decenni, le autorità cinesi hanno deciso di tassare i trust offshore, facendo terminare la pacchia delle famiglie più ricche del paese. Il Ministero delle Finanze ha disposto l’applicazione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche in misura pari al 20% per le plusvalenze realizzate dal momento del trasferimento al trust offshore di valori mobiliari e immobiliari. Il 20% verrà applicato anche ai redditi prodotti da tali trust.

Le autorità stanno poi facendo pressione sulle aziende affinché abbandonino le strutture estere e tornino con la sede legale nella mainland cinese. Per quelle che si trovano in centri offshore come Hong Kong, che di recente ha superato la Svizzera come primo hub globale di ricchezza finanziaria (2.900 miliardi di dollari), Pechino chiede che i proventi di vendita di azioni da parte di fondatori e primi investitori di startup tornino nella mainland e vengano tassati, prima di ricevere l’autorizzazione a essere riesportati per l’investimento. Preoccupazione tra i wealth manager di Hong Kong, tra i quali ci sono quelli di numerose banche occidentali.

Alle Cayman con furore

In origine, la Cina tollerava le strutture offshore perché considerate utili ad attrarre capitali esteri verso le nascenti aziende tech cinesi. Ad esempio, a inizio anni Duemila, Tencent e altre aziende cinesi hanno collocato azioni usando una struttura legale basata su una controllante alle Cayman (nota essenza del socialismo), a cui veniva attribuito il valore economico dell’azienda che operava sul territorio cinese.

Quando queste aziende si sono quotate su borse estere, i fondatori, i primi investitori e i dipendenti hanno accumulato fortune in valuta al di fuori dei controlli cinesi sul capitale. Nei due decenni successivi, quasi tutte le principali aziende tecnologiche in Cina hanno sfruttato la stessa scappatoia per raccogliere capitali quotandosi a Hong Kong o a New York, creando fortune offshore per migliaia di fondatori, dipendenti e primi investitori. Queste persone hanno spesso utilizzato anche società di comodo in paradisi fiscali per detenere le loro partecipazioni. Le aziende della mainland pagavano profitti non tassati alle entità offshore, che distribuivano dividendi agli azionisti in valute estere.

Il tutto con buona pace del vincolo che impone ai comuni mortali cinesi un limite di esportazione di capitali di 50 mila dollari annui. Tutti i cinesi sono uguali ma alcuni sono più uguali di altri. Alla fine, un’offerta pubblica iniziale di azioni da parte di un’entità offshore affiliata alla Cina diventava un modo semplice per aggirare i controlli sui capitali, oltre che il fisco.

Ora, con le nuove regole, i fondatori cinesi di startup possono ancora quotare le loro aziende su piazze offshore e incassare i proventi del collocamento di azioni. Tuttavia, dovranno rimpatriare i soldi in Cina e pagare le tasse prima di chiedere l’approvazione per investire all’estero.

Hong Kong è stato uno dei mercati globali più attivi per le IPO. Gli amministratori di aziende quotate a Hong Kong lo scorso anno hanno venduto azioni per un valore di 7,6 miliardi di dollari, massimo da cinque anni, secondo i dati della società Dealogic. Le banche americane sono attivissime nell’ex colonia britannica, per intercettare il ricco business delle commissioni di collocamento, dopo l’inaridimento del flusso di quotazioni dirette a New York.

Circuito chiuso con tasse

Ora Pechino vuole stringere il controllo sui flussi di capitale pur ampliando i canali autorizzati di deflusso di fondi dal paese. Lo fa incoraggiando tutti, compresi i fondatori di startup, a investire offshore, leggasi Hong Kong, ma tramite sistemi a circuito chiuso, dove i proventi devono rientrare nella mainland per essere tassati. In questo modo, la vita dell’investimento resta sotto la supervisione del governo.

C’è anche il primo caso di sanzione esemplare, e riguarda un ex dipendente di Tencent, diventato ricco nel momento in cui la sua azienda si è quotata a Hong Kong nel 2004. Con quei soldi, questa persona ha fondato un broker e wealth manager globale che, alla fine del primo trimestre di quest’anno, amministrava capitali per 156 miliardi di dollari. A maggio, le autorità cinesi hanno sanzionato questo broker per 271 milioni di dollari, per illecita facilitazione di investimenti transfrontalieri.

Più in generale, le autorità cinesi non vogliono costringere le proprie aziende a rimpatriare la valuta che i suoi esportatori hanno ottenuto. Se ciò accadesse, lo yuan si apprezzerebbe in maniera distruttiva. Vogliono però assicurarsi che gli utili esteri siano tassati. Un ambito dove per decenni hanno chiuso entrambi gli occhi.

Non è un caso che la Cina sia attiva nel Common Reporting Standard (CRS), il sistema globale di scambio di informazioni tra le agenzie fiscali. Con queste ulteriori regole, si arriva a tentare di controllare e tassare anche le operazioni offshore dei super-ricchi cinesi, che per oltre vent’anni hanno goduto di una benevola negligenza dell’erario, facendo uscire capitali dal paese dalla porta principale.

Vedremo se il sistema funzionerà, se produrrà gettito, se e come verrà aggirato. La decisione può avere diverse motivazioni: dall’applicazione del principio sinora sfuggente della “prosperità condivisa” anche attraverso l’eliminazione dei casi più eclatanti di diseguaglianza formale (normativa) e sostanziale, sino al puntello dei conti pubblici. Né sappiamo se si arriverà ad autorizzare l’esportazione di capitali solo verso tipologie di investimenti preventivamente approvata dagli organismi statali, in una irreggimentazione orwelliana.

Per ora, mandiamo un pensiero affettuoso a tutti i babbei nostrani che sospirano per i grandi traguardi raggiunti dal paese comunista che sta demolendo il decadente mondo occidentale fatto di di capitalisti predatori ed anti-comunitari, con la loro evasione fiscale.

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