La presidenza Trump si segnala per un grande attivismo nell’economia: dalla possibile assunzione di quote nei frontier lab dell’intelligenza artificiale alla conversione in azioni delle sovvenzioni destinate a Intel, passando per blandizie e minacce ai retailer affinché abbassino i prezzi.
Dopo aver sottoscritto con l’Iran quello che passerà alla storia come memorandum of misunderstanding, Trump si è fiondato a minacciare le compagnie petrolifere perché non vedeva il prezzo della benzina crollare a 2,5 dollari il gallone. E pazienza che il prezzo del greggio e quello dei prodotti raffinati non seguano le stesse dinamiche, come ormai sanno anche gli editorialisti dei giornali italiani.
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Poi ha postato sui suoi social che Walmart aveva ridotto i prezzi “su richiesta della mia amministrazione“, invitando tutti a seguire l’esempio di “questi patrioti”. Gli elettori, va da sé, sono sempre più frustrati e irritati da queste sceneggiate da caudillo sudamericano, e il fenomeno sembra ormai toccare anche i Repubblicani, che per lungo tempo dopo il rientro di Trump alla Casa Bianca avevano vissuto in un lisergico mondo di deflazione, a giudicare dai sondaggi.
Sul costo della vita, Trump mostra un attivismo caotico, minacciando interventi antitrust e più in generale una moral suasion piuttosto ruvida. Nel frattempo, questa visione “sistemica” (diciamo così) della gestione dell’economia permette ai Democratici Socialisti statunitensi di presentare proposte non troppo dissimili da quelle di Trump e ai progressisti occidentali di sentenziare che “il mercato da solo non basta”.
Più interventismo, con quali soldi?
In Europa, ad esempio, alla guida del Regno Unito sta per arrivare un laburista che promette di porre fine a mezzo secolo di “liberismo” e riavvolgere il nastro delle privatizzazioni (che in alcuni casi gridano effettivamente vendetta per gli esiti rapaci e fallimentari che hanno prodotto).
In questo Zeitgeist non potevano quindi mancare gli italiani. Non hanno mai smesso, a dire il vero, soprattutto a sinistra. Ma ora tornano alla carica, col loro uso piuttosto inquietante del concetto e dell’espressione “politica industriale”, che tende a coincidere con disperati tentativi di salvataggio di aziende ormai depassé e di settori in declino irreversibile.
Perché il punto è quello, e vale anche per Andy Burnham e la sua gestione della “questione settentrionale” britannica, o meglio inglese: se preserviamo l’esistente, rischiamo di restare incastonati nell’ambra e bruciare risorse fiscali. Se puntiamo sull’emergente, rischiamo di scegliere i “vincitori” e magari scoprire che i vincitori veri stanno fuori dai nostri confini.
Il tutto si muove in un contesto molto nitido: non ci sono soldi. Allora li andiamo a prendere dove ci sono, direbbe un Landini qualunque, sentendosi Robin Hood. In Regno Unito, la pressione fiscale è ancora inferiore a quella europea continentale ma, di questo passo, la differenza andrà a restringersi rapidamente. Da inizio legislatura, il governo Starmer ha già aumentato le entrate per circa 70 miliardi di sterline, con risultati non esattamente esaltanti.
Gli italiani, si diceva: a destra, le crisi di impresa vengono contrastate inventandosi il Golden Power, salvo poi battere in ritirata. A contorno e corredo, c’è la protezione dei marchi storici, che secondo me è soprattutto protezione dei creditori, e le richieste di restituzione di contributi pubblici. Il problema sorge quando quei contributi non sono mai stati percepiti.
A sinistra, ogni crisi d’impresa diventa momento per avere conferma alle proprie certezze sulla crisi del capitalismo e invocare interventi pubblici. Lasciati senza controllo, alcuni di questi pensatori porterebbero la pressione fiscale a livelli di esproprio per tenere in piedi aziende e settori morti. Però a quel punto avrebbero forse realizzato l’eterno comandamento: “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”. Temo però che finirebbe male.
Nel Partito democratico è in corso di elaborazione un libro bianco sulla politica industriale, a cui sta lavorando l’infaticabile Andrea Orlando, oggi consigliere regionale ligure (dopo la sconfitta da candidato governatore) ma anche responsabile nazionale della politica industriale, appunto; ieri e l’altro ieri, ministro del Lavoro e della Giustizia. Un vero compendio vivente di ampia parte dello scibile umano.
Le nuove partecipazioni statali
Il quale Orlando informa che il Pd sta pensando a “un’Agenzia per le Partecipazioni pubbliche, a Invitalia e Cassa depositi e prestiti come veri attuatori della politica industriale, capaci di assumersi rischi, orientare investimenti e accompagnare progetti trasformativi nel lungo periodo; e a un’agenzia per la ricerca applicata e il trasferimento tecnologico”.
Voi capite che, data la storia di questo paese, è lecito nutrire forti dubbi sul reale contenuto di questi solenni principi. E a poco serve, almeno ai miei occhi, che Orlando guardi non all’ultima fase delle partecipazioni statali, quella del pozzo nero di denaro pubblico, ma molto più indietro, ai primi decenni dalla loro fondazione.
Questa volta è differente perché
Si tratta di strumenti con cui le principali economie avanzate orientano da anni gli investimenti strategici, anche senza bisogno di nazionalizzare. Se questi modelli non vengono bollati come sovietici quando sono tedeschi o francesi, non si capisce perché dovrebbero esserlo quando sono italiani.
“Orientare gli investimenti strategici” presuppone l’identificazione di ciò che viene definito strategico. E se fossero gli autobus della Menarini o persino gli elettrodomestici bianchi? Io poi non prenderei a riferimento tedeschi e francesi. I primi sono in piena deindustrializzazione manifatturiera, tentando di sfuggirvi inventandosi la fallacia della manifattura di guerra, che serve ma non basta. I secondi sono ormai in stato comatoso, sepolti sotto acronimi di solenne impotenza e in attesa di subire un attacco dai mercati a confronto del quale il famoso evento Italia 2011 rischia di diventare un saggio scolastico di fine anno.
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Poi ci sono sempre loro, i maledetti soldi. Come trovarli, anche nell’ipotesi di limitarsi a “orientare gli investimenti strategici”, cioè a mettere una sorta di seed capital? Qui vi sarete accorti degli sguardi concupiscenti verso “il risparmio dormiente degli italiani”. Che poi dormiente non è, essendo liquido ma detenuto non in una cassetta di sicurezza (almeno, se non siete evasori né esercitate altre professioni poco commendevoli) bensì sui conti correnti, quindi a disposizione del sistema bancario.
E qui è tutto un tripudio: ci vuole il private credit, magari per gente che non distingue un Btp da un paracarro. No, bisogna obbligare i fondi pensione a investire nell'”economia reale”. Ripeto: sempre gli elettrodomestici bianchi e gli autobus, in caso? Per tutto il resto, a sinistra c’è la patrimoniale.
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Poi ci sono i metafisici della Zes, la Zona economica speciale. Un vero miracolo, esteso a Marche e Umbria. Risale il paese come la versione benigna della linea della palma, produce posti di lavoro che è un piacere, dicono. Ha un moltiplicatore che metterebbe in inferiorità un altro Maestro, il Nazareno. Quello di pani e pesci, non la sede del Pd.
E all’improvviso, ecco lo scatto: vogliamo una Zes unica nazionale! Metafisico, ve l’ho detto. Un regime agevolato, nato come sottoprodotto dei fondi europei la cui missione è quella di ridurre le diseguaglianze territoriali, ecco che ingloba un intero paese. Diseguale a se stesso, immagino.
Eh, ma non si può, dice il ministro di Imprese e Made in Italy, Adolfo Urso, dando prova di una lucidità che i detrattori ingenerosamente tendono a negargli. Però possiamo candidare alcune nostre regioni e aree a diventare Industrial Acceleration Areas, dentro il futuro Industrial Acceleration Act europeo, se mai vedrà la luce.
Servono soldi, e tanti
“Fate presto!”, già si ode in lontananza. Servono soldi, e tanti, ma l’impressione è che servano solo per rendere la traiettoria di declino meno ripida. E questo non riguarda solo gli italiani. Intervenire sul funzionamento di alcuni mercati, ad esempio quello del lavoro attraverso la contrattazione collettiva, è tabù. Intervenire su alcune grandi voci di spesa è parimenti tabù, e si intuisce il motivo.
Tirando le somme, si scopre che servono molti soldi aggiuntivi. La strisciante crisi fiscale degli stati, dal Giappone agli Stati Uniti passando per l’Europa, aumenterà le pressioni verso forme di repressione finanziaria. I più smart, o i meno ottusi, la utilizzeranno per puntellare la propria economia, cercando di non commettere troppi errori. Gli altri, quelli meno svegli, per salvare grandi magazzini e call center.
Nell’attesa, dovremo sorbirci il ditino levato di quelli che “il mercato non basta”, “correggiamo i fallimenti di mercato” oppure “Se lo fa Trump, che è liberista, perché non dovremmo farlo noi?” Più che liberista, Trump è predatore, ma penso che per qualcuno i concetti siano intercambiabili.
Ricordate come siamo arrivati alle “privatizzazioni” italiane, quelle che spesso hanno sostituito monopoli e posizioni dominanti pubbliche con altri privati? Perché eravamo dissestati e avevamo bisogno di soldi. Perché avevamo iniziato con le partecipazioni statali come fabbrica di campioni dello sviluppo nazionale e abbiamo finito con cronicari radioattivi. Più che la moneta unica, che ci ha impedito recuperi tardivi ed artificiosi di competitività in presenza di una produttività soppressa, siamo stati condannati dai divieti di aiuti di stato e dalla crisi fiscale.
Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo.
(Immagine creata con ChatGPT)



