Patti Chiari, opacità garantita

L’iniziativa Patti Chiari è stata lanciata dall’Associazione Bancaria Italiana (ABI), per rispondere all’esigenza di trasparenza nei rapporti con la clientela bancaria, all’indomani dei gravi scandali delle obbligazioni Cirio, Parmalat ed Argentina. L’iniziativa è finalizzata anche a consentire ai risparmiatori un confronto con il costo dei servizi bancari offerti dalle banche aderenti. Tutto molto bello, avrebbe detto l’ottimo Bruno Pizzul. Però…

…Però questa farisaica operazione di ricostituzione di una verginità etica da parte del ventre molle dell’economia italiana si è subito infranta sugli scogli del mercato e del buon senso.

Le banche aderenti a Patti Chiari elaborano periodicamente una lista dei titoli obbligazionari (prevalentemente corporate bonds) ritenuti “sicuri”, quelli cosiddetti a basso rischio e, correlativamente, basso rendimento, quelli insomma che dovrebbero permettere al risparmiatore di sfuggire a nuovi crack degli emittenti, pagando (ovviamente) il pedaggio di un rendimento piuttosto contenuto.

E qui sorgono i primi problemi. Scorrendo la lista attualmente disponibile, si notano emissioni obbligazionarie poco liquide, che in caso di rivendita prima della scadenza espongono il cliente al rischio di sacrifici di prezzo anche significativi, molte delle quali peraltro non quotate su mercati regolamentati, altre dotate di un rating, cioè del merito di credito assegnato dalle principali agenzie internazionali (quali Moody’s e Standard and Poors), piuttosto basso. Quando questa iniziativa è stata lanciata, e visti i nomi degli emittenti inseriti nella lista, molti si sono chiesti che sarebbe successo, anche in termini di responsabilità oggettiva delle banche segnalanti e proponenti, in caso di dissesto o di rilevante perdita in conto capitale di un’emissione classificata come “tranquilla e sicura”, perché occorre aver sempre ben presente che le obbligazioni societarie sono comunque sottoposte ad un rischio di credito, che per definizione evolve nel corso del tempo. Il professor Beppe Scienza, matematico dell’Università di Torino, da anni preciso ed implacabile censore dei malvezzi di banche ed assicurazioni, ha notato che della lista Patti Chiari facevano parte anche le obbligazioni Ford scadenza 11 maggio 2007, tolte precipitosamente dopo aver perso l’8 per cento, a seguito del pesante deterioramento del merito di credito del costruttore automobilistico statunitense. L’ennesima figuraccia per le banche italiane, che si ostinano peraltro a non inserire nella lista dei titoli sicuri le obbligazioni governative agganciate all’inflazione, come i nostri Btp e gli Oat francesi.

E non è finita: l’iniziativa Patti Chiari prevede, poi, che le banche rendano noto il costo dei propri servizi alla clientela. Molti (ma non troppi) anni fa, come sa chiunque abbia lavorato nel settore, esisteva un vero e proprio “tariffario” dei prezzi, definito spudoratamente “di cartello”, per le operazioni bancarie. Come segnalato da un articolo pubblicato su LaVoce.info, chi ha un minimo di dimestichezza con la teoria economica sa che rendere pubblici (e cioè comunicare ai consumatori ma anche ai concorrenti) i prezzi offerti può aiutare le imprese a verificare il rispetto di eventuali accordi collusivi, consentendo immediate ritorsioni nei confronti delle concorrenti che pratichino sconti rispetto al prezzo di cartello. La storia dell’antitrust (quello vero…) è piena di esempi di aziende sanzionate proprio sulla base di accordi di “trasparenza”, quali la pubblicazione di listini prezzi, che servivano in realtà a mantenere la disciplina di pricing tra gli oligopolisti collusivi. Mentre attendiamo l’arrivo in Italia delle banche estere, che auspicabilmente contribuiranno a rompere le pratiche collusive ridurre i costi di sistema, apprendiamo con soddisfazione che, secondo il Governatore della Banca D’Italia, criteri e procedure su cui si basano le valutazioni di vigilanza “sono neutrali rispetto alla nazionalità degli intermediari interessati”. Poiché all’istituto di via Nazionale pertiene, bizzarramente, anche la funzione di antitrust del sistema creditizio, ci auguriamo che anche in quell’ambito criteri e procedure siano all’altezza della sicumera ostentata da Antonio Fazio.