I tempi che viviamo rappresentano un fertile terreno di coltura per disegnare scenari. Ci ha già provato la ormai celebre Citrini Research con l’impatto dell’AI. Ora ci prova anche il moloch consulenziale Boston Consulting Group, col suo think tank strategico BCG Henderson Institute, che giorni addietro ha pubblicato un esercizio di scenario sul mondo del 2050.
Quarantasei pagine, cento megatrend analizzati, venti indicatori quantitativi per ciascuno dei quattro futuri esplorati. Il destinatario dichiarato sono i CEO di grandi imprese, e questo si sente. Ma al netto del bias consulenziale, il materiale è denso e il quadro che emerge merita attenzione — soprattutto per quel che dice senza enfatizzarlo.
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La prima cosa da sapere: in nessuno dei quattro scenari il pianeta raggiunge l’obiettivo di +1,5°C dell’Accordo di Parigi. La forbice va da +1,8°C nello scenario più virtuoso a +2,5°C nel peggiore. La temperatura attuale è già a +1,3°C rispetto ai livelli pre-industriali. La COP21 di Parigi è di fatto morta, ma questa non è esattamente una notizia. Il campo di gioco reale degli scenari BCG non è “se il clima peggiorerà” ma “di quanto e con quale governance“. È una premessa che cambia la lettura di tutto il resto.
BCG non fa previsioni e non ordina i quattro futuri per probabilità. Li costruisce identificando per ogni dimensione critica — sviluppo tecnologico, commercio, governance, clima — punti di arrivo plausibili, poi li combina in configurazioni internamente coerenti, ancorate a serie storiche che partono dall’industrializzazione ottocentesca.
Quattro approdi alternativi
AI Abundance è il futuro più ottimistico: PIL mondiale triplicato, aspettativa di vita sana a 70 anni, ore lavorate in calo del 25%, energia rinnovabile abbondante e a basso costo. Ha però una premessa che la narrativa entusiasta sull’AI tende a omettere: si materializza solo dopo quelle che vengono chiamate Compute Wars. Tra il 2032 e il 2034, cyberattacchi sistematici a ospedali, reti elettriche e sistemi di trasporto colpiscono oltre un miliardo di persone. Lo shock porta i governi al tavolo negoziale e produce il Compute Ledger Treaty del 2035. La cooperazione globale non emerge dalla virtù collettiva: emerge dalla catastrofe. Non esattamente un inedito, nella storia dell’umanità. La temperatura sale comunque a +2,2°C ma l’endpoint dello scenario è fatto di redistribuzione virtuosa e cooperazione globale robusta. L’effetto collaterale, per preservare la coesione sociale, è un controllo piuttosto stretto sui social media, che limita le libertà personali.
Battling Blocs ha la crescita più bassa (1,8% annuo), il commercio che torna ai livelli della Guerra Fredda (35% del PIL da un attuale 57%), la spesa militare al 7% del PIL e le democrazie ridotte al 25% dei paesi. Il WTO chiude nel 2035, e questa mi pare una stima ottimistica rispetto all’attuale condizione di morte cerebrale dell’organizzazione multilaterale. L’ONU invece sopravvive come coordinatore tecnico per satelliti e “telefoni rossi” nucleari. I blocchi usano la geoingegneria — interventi tecnici su scala planetaria per alterare il clima, come la dispersione di particelle in atmosfera per ridurre le temperature o il cloud seeding per indurre piogge — non per mitigare il riscaldamento globale ma per ottenere vantaggi agricoli relativi sui rivali, in un gioco a evidente somma zero.
Tra i quattro scenari, questo è il più riconoscibile dall’aprile 2026: dazi, frammentazione tecnologica, riarmo europeo, balcanizzazione di internet già avviata. BCG non dice quale futuro sia più probabile. Ma chi legge questo documento con il giornale in mano ha qualche elemento per orientarsi.
Climate Coalition è l’unico scenario in cui la temperatura si stabilizza sotto +2°C, a +1,8°C. La quota di elettricità da fonti rinnovabili e nucleare sale al 92%. Dopo devastanti eventi atmosferici che fanno milioni di morti, la stretta sul carbonio cambia il paradigma: dalla crescita ad ogni costo alla resilienza. Segue redistribuzione e protezione di chi ha subito danni climatici. La povertà estrema si dimezza; sul piano ambientale è un successo, i costi sono pesanti: PIL al 2,5% annuo, sistemi pensionistici al collasso causa invecchiamento; nel 2050 i lavoratori adulti nei paesi avanzati hanno solo il 90% del reddito disponibile degli over-65, contro il 120% nel 2025. Una inversione intergenerazionale inedita nel dopoguerra ma a me pare uno scenario italiano, a dirla tutta. BCG sintetizza il sentiment dominante in una frase: “C’è la sensazione che il progresso abbia rallentato, che ci siano meno opportunità”. La vittoria climatica è reale, ma viene vissuta come privazione continua. È il paradosso di ogni politica di lungo periodo in democrazia.
La proiezione distopica del presente
Il quarto scenario è quello che richiede più attenzione, perché è quello in cui i trend oggi dominanti vengono proiettati alla loro conclusione logica e distopica senza interruzioni esogene.
Il PIL cresce al 4% annuo, secondo solo ad AI Abundance. Il commercio mondiale aumenta al 61% del PIL — i mercati restano aperti perché conviene alle grandi piattaforme tech, non perché esista una governance multilaterale. Fin qui sembra un buon risultato. Poi arrivano gli altri numeri.
L’aspettativa di vita sana scende a 62 anni — unico scenario che peggiora rispetto al 2024. La spesa sanitaria sale al 15% del PIL, la più alta tra tutti gli scenari, senza tradursi in maggior salute media. L’indice di benessere soggettivo tocca il minimo: 4,5 su 10, contro 5,4 nel 2025. Il tasso di povertà estrema sale al 12%, da un attuale 8%. L’1% più ricco detiene il 50% della ricchezza in USA e India, il 45% in Cina, il 40% nell’UE — una concentrazione paragonabile alle società industriali dei primi del Novecento.
Il meccanismo che produce questo scenario si innesca nel 2027-29, quando alcuni governi avviano una corsa al ribasso regolatorio per attrarre investimenti tech. Non è fantascienza: è già in corso oggi, come politica industriale esplicita. Nello scenario BCG, la dinamica si auto-alimenta: le imprese tech ottengono libertà operativa totale, l’innovazione accelera, ma i benefici si concentrano. Nel 2032, campagne di influenza AI plasmano gli esiti elettorali, presumo solo dopo che le Big Tech si sono comprate i politici da eleggere, o meglio hanno realizzato dei casting. Nel 2034, la dipendenza da intrattenimento immersivo generato dall’AI viene stimata in costi sanitari equivalenti al 2% del PIL mondiale. Nel 2035, alcuni fondatori tech finanziano esperimenti di democrazia algoritmica — voto digitale diretto, budget pubblici gestiti da algoritmi — mentre i critici avvertono del rischio di controllo aziendale sulle strutture democratiche.
Il mercato del lavoro si divarica in due segmenti sempre più distanti. Chi ha competenze creative o altamente specializzate prospera. Per tutti gli altri, il lavoro di routine — intellettuale più che manuale — viene progressivamente sostituito dall’automazione, e ciò che rimane è frammentato in contratti a breve termine mediati da piattaforme algoritmiche. È la vittoria finale del gig work. Le ore lavorate scendono a 1.900 annue: una riduzione apparentemente simile a quella di AI Abundance, dove però calano a 1.600 per effetto di guadagni di produttività redistribuiti e di una rete di sicurezza sociale rafforzata.
In Digital Darwinism la riduzione non è il dividendo di una prosperità condivisa — è la conseguenza della rarefazione dei lavori stabili. I lavoratori operano fianco a fianco con “cobot” AI (i coworker robot) che forniscono supporto in tempo reale ma funzionano anche come strumenti di sorveglianza continua sulle performance. Il risultato è un mix di sovraccarico digitale, precarietà cronica e burnout strutturale. La valvola di sfogo è l’intrattenimento immersivo generato dall’AI, personalizzato per preferenze e stati d’umore con impatti avversi, come detto, sulla sanità pubblica. In AI Abundance, il tempo liberato dal lavoro viene reinvestito in famiglia e comunità. In Digital Darwinism, viene consumato in mondi virtuali costruiti per trattenerci al loro interno.
La traiettoria climatica è la peggiore tra i quattro scenari: +2,5°C. Nel 2045, la deforestazione dell’Amazzonia raggiunge un punto di non ritorno: la foresta si converte in savana, i monsoni cambiano, siccità e collasso agricolo si diffondono in Sud America con ripercussioni sui mercati globali delle commodity. In conseguenza del drastico ridimensionamento della funzione di redistribuzione, nel 2042 molte città esternalizzano vigili del fuoco e ambulanze a fornitori privati con pacchetti a pagamento differenziati. Nel 2048, un consorzio di miliardari tech finanzia di nascosto un programma di iniezione di aerosol solforici in stratosfera, per ridurre la radiazione solare in entrata ma i cui effetti collaterali su precipitazioni e temperature regionali sono largamente imprevedibili. La comunità scientifica lancia l’allarme sulle unintended consequences ma nessuna istituzione internazionale ha il potere di fare alcunché.
BCG stima le perdite di PIL da danni climatici nel 2050 rispetto a uno scenario senza riscaldamento: Medio Oriente -19%, India -17%, Brasile -18%, Africa -16%, Europa -9%, USA -10%. La crescita aggregata del 4% coesiste con perdite strutturali concentrate nelle regioni più vulnerabili. Non è una coincidenza geografica: sono le stesse regioni con meno capacità di adattamento e meno potere contrattuale nei confronti delle piattaforme tech dominanti.
Uno degli autori del report, intervistato da Bloomberg, sintetizza la logica di questo scenario con una frase che vale come analisi: “Immaginate un mondo in cui i governi hanno meno potere e le corporation ne hanno di più. Se le corporation sviluppano una cura per il cancro, non c’è ragione di assumere che arriverà alle masse.” Il problema non è l’innovazione: è la distribuzione. E la distribuzione dipende dalla governance. Quando la governance si ritira, la distribuzione segue la logica del potere di mercato.
Cosa rimane uguale negli scenari
Tre fatti trasversali meritano di essere isolati perché indicano i limiti strutturali di qualsiasi traiettoria.
La biodiversità peggiora in tutti gli scenari, senza eccezioni: nessuna traiettoria inverte la perdita di specie. Le popolazioni invecchiano ovunque, con conseguenze sui mercati del lavoro e sui sistemi previdenziali che nessuno scenario risolve davvero, solo gestisce con strumenti diversi. La cooperazione internazionale, quando esiste, non emerge dalla razionalità collettiva: emerge dagli shock. Le Compute Wars di AI Abundance, le alluvioni degli anni ’20 di Climate Coalition. La struttura del problema dei beni pubblici globali è più forte delle buone intenzioni.
Il documento BCG propone cinque “mosse a basso rimpianto” valide trasversalmente per chi deve pianificare senza sapere quale futuro arriverà: rafforzare la resilienza delle supply chain, ridisegnare il lavoro in vista di invecchiamento e automazione, costruire architetture tecnologiche modulari, sviluppare capacità di monitorare in anticipo i cambiamenti regolatori e di influenzarne la direzione, assumere un ruolo sociale più ampio come organizzazione.
Sono indicazioni sensate per un CEO. Sono anche un promemoria involontario che la pianificazione strategica di lungo periodo è oggi, in molte grandi imprese, più sofisticata di quella dei governi che le regolano — e che forse è questo il vero problema da risolvere prima del 2050. Forse è questo il punto di partenza per capire quale dei quattro scenari è davvero più probabile.
(Immagine creata con ChatGPT)



