I falsari

Il Documento di programmazione economica e finanziaria per il periodo dal 2008 al 2011, presentato giovedì scorso dal governo Prodi, rappresenta l’ennesima variante di contabilità creativa attuata da un esecutivo che ha ormai ampiamente oltrepassato la soglia della decenza istituzionale. Ampia parte della costruzione del Dpef ruota sull’allentamento del rientro del rapporto tra deficit e pil. Nella sostanza, dopo aver individuato un extragettito “liberamente spendibile” di 2.5 miliardi di euro (su un totale di 10 miliardi), il governo si è reso conto che l’ampiezza e la vastità delle richieste di spesa da parte delle termiti eque e solidali della maggioranza, terrorizzate dallo smottamento elettorale e di sondaggi, erano tali da assumere contorni “inquietanti”, per usare le parole del flip flopper TPS. E che ti combina, il governo Prodi?

Infischiandosene del rapporto debito/pil, che resta cocciutamente elevato anche dopo un quindicennio di privatizzazioni finte ma di incassi veri, di incapacità manifesta ad aggredire le radici profonde della crescita della spesa pubblica, oltre che del più elementare precetto di finanza pubblica (che prevede che in anni di espansione economica si debba ridurre il deficit, anche per poter operare in maniera anticiclica durante i rallentamenti), il governo decide di martellare il sentiero di rientro del rapporto deficit-pil, che prevedeva per il 2007 un quoziente al 2.1 per cento, e lo innalza al 2.5 per cento. Così, con un tratto di penna, si producono 4 miliardi di euro spendibili per clientele e “risarcimenti sociali” assortiti, in aggiunta ai 2.5 miliardi che lo stesso TPS aveva definito “a rischio” solo pochi giorni fa, a causa dell’abituale tendenza della spesa pubblica allo splafonamento.

Il governo, poi, afferma che per il 2007 ed il 2008 non vi sarà bisogno di manovra correttiva, essendo il saldo netto da finanziare pari a zero. Tutto molto bello, se non fosse che il saldo zero è solo la somma algebrica di entrate e spese. Nulla vieta, quindi, nuove tasse per finanziare l’inevitabile espansione di spesa pubblica. Manovra pressoché certa, dato che è il governo stesso a confessare candidamente che “alcune spese correnti non sono ancora sotto controllo”. L’evoluzione dei saldi di finanza pubblica è costruita su alcune assunzioni macroeconomiche, in primo luogo l’andamento del pil. I dati utilizzati dal governo italiano sono formalmente corretti, in quanto sostanzialmente coincidenti con gli scenari centrali utilizzati dalle principali istituzioni economiche internazionali. Ma è necessario essere consapevoli che, all’allungarsi dell’orizzonte temporale, la probabilità di realizzazione dello scenario tende a decrescere.

Nel caso italiano, inoltre, alcune premesse di scenario appaiono eccessivamente ottimistiche anche relativamente al breve periodo. Per il 2007, ad esempio, si stima una crescita del pil pari al 2 per cento sorretta principalmente dalla spesa dei consumatori, che il governo ritiene alimentata “dalla fiducia delle famiglie e dalla crescita dell’occupazione”. Ora, è evidente dagli ultimi dati macroeconomici che la fiducia delle famiglie italiane è in via di ripiegamento, e che la crescita dell’occupazione si è arrestata, apparendo anzi in flessione con il tasso di attività della popolazione in età lavorativa. La malafede di questo governo continua invece a venderci la merce avariata del tasso di disoccupazione come unico indicatore affidabile delle condizioni del mercato del lavoro, mentre sappiamo bene che così non è. Riguardo il tasso di partecipazione alla forza-lavoro, addirittura esilarante il grafico che trovate a pagina 14 del “dpef in pillole”, pubblicato sul sito della presidenza del Consiglio. Avendo finalmente acquisito che la crescita economica è funzione della crescita di produttività e tasso di partecipazione alla forza-lavoro, il governo decide che l’incremento di tale variabile potrà divenire il motore della crescita italiana. E lo fa con un parallelismo letteralmente demenziale: “Se la produttività crescesse come nel Regno Unito, e aumentasse la partecipazione alla forza-lavoro, pil strutturale al 3 per cento nel 2011“. Se avessi le ruote, sarei un tranvai. Ancora una volta: se il governo sa come “mettere al lavoro” un numero crescente di italiani, lo faccia. Per ora, la tendenza (contrariamente al grafico di cui sopra) è al ripiegamento del tasso di partecipazione, anche a causa delle ulteriori rigidità introdotte sul mercato del lavoro dall’attuale Esecutivo.

Riguardo i saldi netti da finanziare per essere coerenti col sentiero di rientro del rapporto deficit-pil contrattato con l’Unione Europea, per l’anno 2011 è prevista una manovra di aggiustamento pari a 24.2 miliardi di euro, l’1.4 per cento del pil. Obiettivo davvero ambizioso, ove si consideri che il 2011 sarà anno elettorale, sempre che la legislatura non si interrompa prima, come questo Dpef sembra non troppo implicitamente suggerire, in termini di ciclo elettorale di spesa, avendo previsto saldi netti da finanziare pari a zero per il 2007 ed il 2008. In definitiva, ci troviamo di fronte all’ennesima truffa perpetrata ai danni di contribuenti e giovani generazioni. Che speriamo se ne ricordino, quando torneranno al voto.

UPDATE: la tassonomia delle “spese eventuali” potrebbe regalare nuove uscite per 21 miliardi di euro nel solo 2008, con buona pace del saldo zero di TPS.

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