Vandalismo previdenziale

A leggere il testo dell'”approfondimento” sulla controriforma delle pensioni, sul sito della Presidenza del Consiglio, si viene colti dalla netta sensazione che l’autrice sia Vanna Marchi. Prendete quello che il governo definisce “il rafforzamento dell’impianto del sistema contributivo“, introdotto dalla riforma Dini del 1995, che verrà perseguito applicando dal 2010 (e poi triennalmente) i nuovi coefficienti di trasformazione definiti nel 2005, e “costituendo una commissione per verificare e proporre modifiche che tengano conto delle nuove condizioni economiche e del mercato del lavoro”. Ora, a parte che è un non senso logico affermare che si rafforza il contributivo applicando dal 2010 ciò che era già pronto dal 2005 (e che il governo Berlusconi non volle applicare per mero calcolo elettorale), sappiamo che in questo paese il modo migliore per non decidere è quello di creare una commissione. Con questa “riforma” l’unico risultato tangibile sarà quello di danneggiare dalle fondamenta il metodo contributivo, che senza revisione periodica dei coefficienti di trasformazione è destinato a perpetuare il disequilibrio attuariale della spesa pensionistica.

Il governo ha poi deciso un “intervento sui trattamenti privilegiati e i fondi in squilibrio“, tramite “applicazione di un contributo di solidarietà su quei fondi che provocano squilibri finanziari rilevanti che si vanno accentuando nel tempo“. Cioè qualcosa di peggio di una tautologia: per piegare gli squilibri finanziari non ci sono solo i soliti contributi di solidarietà, ma anche la riduzione equivalente delle prestazioni. Chissà quanto ci vorrà prima di acquisire questa ovvietà. Non paghi dell’uso ormai pervasivo del termine “solidarietà”, ecco un’altra levata d’ingegno: sospensione (“per un solo anno”, piagnucola il testo governativo) della perequazione delle pensioni superiori a otto volte il minimo. Col termine “perequazione” si intende l’adeguamento delle pensioni all’inflazione programmata, che è previsto essere decrescente al crescere dell’assegno pensionistico. Le pensioni superiori a otto volte il minimo vengono definite, con gergo giornalistico che affonda le proprie radici nella robustissima invidia sociale che è parte integrante del patrimonio genetico di questo paese, “pensioni d’oro”. Anche qui, basterebbe verificare l’equilibrio attuariale ed intervenire sugli importi e/o sui requisiti di ottenimento. Mettere “contributi di solidarietà” per un solo anno, a fronte di un intervento che produrrà (secondo stime palesemente ottimistiche) dieci miliardi di euro correnti di maggiori spese non rappresenta esattamente un monumento alla sostenibilità di lungo periodo di una riforma. Ma non temete, ora scopriremo le fonti di incremento strutturale di entrata.

Che sono: l’aumento di 1 punto dell’aliquota contributiva per gli iscritti alla gestione separata con altre coperture previdenziali, che il governo si premura di definire come “corrispondente aumento della pensione“; sulla stessa falsariga di spaccio di bufale ad uso e consumo dei gonzi, il governo presenta il radioso futuro dei giovani parasubordinati, il cui miglioramento della prestazione pensionistica si otterrà aumentando di un punto l’anno fino a tre punti, la contribuzione che dà diritto alla pensione, per un introito di 3,6 miliardi di euro nel decennio. Questo provvedimento, nell’analfabetismo economico che caratterizza l’attuale esecutivo, nasce come uovo di Colombo per sconfiggere il precariato, e si risolverà nell’aumento del sommerso per il lavoro giovanile, con buona pace non solo del “diritto alla pensione”, ma anche del gettito aggiuntivo a beneficio dell’Inps.

Altra patacca d’autore è poi quella del reperimento di risorse dal “riordino” e “razionalizzazione” degli Enti previdenziali, per i quali il governo pensa addirittura ad un “piano industriale”, dal quale dovrebbe venire il 35 per cento (3,5 miliardi di euro) di copertura finanziaria nel decennio. Come abbiamo già segnalato, dall’accorpamento degli enti previdenziali si stimano non meno di 7000 esuberi. Poiché è evidente che tali esuberi non si trasformeranno in licenziamenti, gran parte dei “risparmi” resteranno sulla carta. O meglio, si trasformeranno in costi aggiuntivi, pur se di breve periodo, dovuti, ad esempio, all’armonizzazione dei sistemi informativi ed alla riqualificazione del personale. Addio risparmi quindi? Beh, si, ma non temete: per collaudato schema italiano dove non arriva il taglio della spesa, può l’aumento delle entrate. E quindi il governo ha previsto una bella “clausola di salvaguardia” che prevede, in caso di mancato conseguimento dei risparmi da riordino e razionalizzazione degli enti previdenziali, un aumento dei contributi a carico di tutte le retribuzioni, pari ad un ottimistico 0.09 per cento. Quindi, la riduzione del reddito disponibile per i lavoratori. Cioè, di fatto, l’allargamento del cuneo fiscale e contributivo che il governo mirava a ridurre per rilanciare competitività e potere d’acquisto delle retribuzioni.

Tutto in una sola mossa, tutto in una sola “riforma” informata, come sostiene l’improntitudine prodiana, a “serietà e giustizia”. Cioè a soddisfare le clientele sindacali e dell’estrema sinistra, a tutto danno dei giovani e delle generazioni di baby boomers che andranno in pensione dal 2030. Siamo e saremo sempre più, in futuro, il paese con la maggiore pressione contributiva, e specularmente con la minore flessibilità nella struttura retributiva, ma per fortuna riusciremo a mantenere il tasso di sostituzione (cioè la percentuale dell’ultimo stipendio coperta dalla pensione) “a non meno del 60 per cento”, come sostiene trionfante il segretario generale della Uil, con la sua faccia da parcheggiatore abusivo. E campane a morto per la previdenza integrativa, è il sottinteso.

Ribadiamolo fino alla nausea: l’equilibrio finanziario del sistema previdenziale italiano verrà mantenuto esclusivamente attraverso un aumento della pressione contributiva, e non con tagli di spesa, cioè revisioni al ribasso delle prestazioni e/o aumento dell’età pensionabile.

Abbiamo intitolato questo post “vandalismo previdenziale”. Più realisticamente, avremmo dovuto intitolarlo “atti di delinquenza previdenziale”.