Il piano B

Fedele ad una delle proprie regole auree, il mercato azionario nelle ultime settimane ha comprato a mani basse sui rumours (di risultati delle banche americane migliori delle attese) ed ha altrettanto pesantemente venduto sulle news: quelle di utili contabili in larga parte non ricorrenti, frutto di trading proprietario, di accresciuto potere di mercato, di margini di interesse migliorati grazie ai bassi tassi pagati alla Fed ed agli elevati spread praticati alla clientela, e di mescalina contabile. Ma ciò che appare più preoccupante è il persistere e l’aggravarsi del deterioramento della qualità del credito. Lo ha confermato il CEO di Bank of America, Ken Lewis, subito dopo aver comunicato gli utili della propria banca; lo ha ribadito Ben Bernanke; lo hanno quantificato analisti del settore.

Nel frattempo, tra boatos più o meno falsi di esiti disastrosi dello stress test il capo dello staff della Casa Bianca, Rahm Emanuel, e lo stesso Larry Summers hanno fatto sapere che l’Amministrazione Obama non ha in programma di presentarsi davanti al Congresso con la richiesta di nuovi fondi. E questo perché molte banche intendono procedere al rimborso anticipato dei fondi del TARP, sulla scia dell’iniziativa di Goldman Sachs. E che accadrà alle banche che risulteranno con i conti palesemente in disordine rispetto allo stress test? Secondo Summers, che attende con ansia l’arrivo di Babbo Natale, a cui avrebbe già scritto la letterina (pare abbia chiesto un manuale di teoria dei giochi), le banche dovranno preliminarmente e prioritariamente ricorrere al mercato. Che, come intuibile, è assolutamente ansioso di procedere a ricapitalizzazioni di banche in dissesto e dai conti trasparenti come il fango.

E quindi? Un’ipotesi potrebbe essere quella di convertire in azioni ordinarie le preferred shares che il Tesoro ha acquisito lo scorso autunno in molte banche. Ipotesi che non piace a Paul Krugman, che tuttavia questa volta potrebbe sbagliarsi. Le preferred shares sono titoli ibridi tra capitale e debito, implicano un deflusso di risorse dalle banche, in quanto pagano un interesse agli investitori, e nella struttura del capitale vengono immediatamente dopo le azioni ordinarie, accrescendo di fatto la leva finanziaria degli azionisti ordinari. Trasformare le privilegiate in ordinarie produrrebbe l’effetto di rafforzare il tangible common equity, a cui il mercato guarda da sempre con maggiore attenzione (ed apprensione) rispetto al Tier 1. Il Tesoro non sborserebbe un dollaro in più, ma diluirebbe gli azionisti esistenti, spingendo il processo di nazionalizzazione degli istituti più deboli, iniziando a creare potenziale valore per i contribuenti.

Fatto ciò, e in caso di ulteriore deterioramento dell’attivo patrimoniale, gli azionisti privilegiati dovrebbero accettare una decurtazione del valore nominale dei propri titoli. Dopo di che, se l’infezione prosegue, occorrerà pensare a forme di conversione parziale dei crediti unsecured, cioè delle obbligazioni, in azioni. Lo sappiamo: chi tocca i bond muore, le banche non riuscirebbero più a finanziarsi, perché la base dei depositi non basterebbe, eccetera. Sono balle: negli ultimi 15 anni le banche hanno aumentato la quota di passività non derivanti da depositi dal 14 al 20 per cento del totale, e non cadrebbe il cielo se si tornasse al livello originario. Le banche che non vi riuscissero dovrebbero accettare un ridimensionamento (cosa che è fondamentale, sperando che Obama & Friends riescano a rendersene conto).

Questa è l’unica via. Senza una ricapitalizzazione, contestuale a – e compensativa di – svalutazioni autentiche, non si va da nessuna parte, ed anzi si peggiora la situazione rimettendosi in cammino verso l’Apocalisse, checché ne pensino tributaristi millenaristi pentiti e confusi e gentili signore provvidenzialmente sottratte anni addietro alla gestione dell’impresa di famiglia.