Quando il rischio sovrano è rischio inflazione

*Post irrimediabilmente tecnico

Interessanti considerazioni degli economisti di Morgan Stanley. Non solo e non tanto quella, largamente sospettata, che questo rally di borsa e degli asset rischiosi potrebbe essere stato innescato dall’eccesso di liquidità presente nel sistema (l’ennesima bolla, per farla breve), ma soprattutto quella che ipotizza la trasformazione del rischio sovrano in rischio inflazionistico. Infatti, la recente ascesa nei rendimenti nominali sulle obbligazioni è quasi interamente da ascrivere all’aumento del breakeven inflation rate – la misura del tasso d’inflazione atteso dal mercato lungo un dato arco temporale, espressa nei titoli indicizzati all’inflazione – e non al rendimento reale (ricordate che, semplificando, il rendimento nominale è dato da rendimento reale più inflazione).

Pertanto,

«Questo ha senso perché il rischio di un default sovrano per paesi come gli Stati Uniti, dove il debito governativo è denominato in valuta domestica, è virtualmente zero. Se necessario, alla banca centrale verrà semplicemente ordinato di stampare più moneta per servire il debito. Per questo motivo, il rischio sovrano in questi casi è effettivamente rischio inflazionistico, e dovrebbe riflettersi in breakeven inflation rates crescenti»

Scordatevi quindi il rischio di default di paesi importanti il cui debito pubblico è pressoché interamente denominato in valuta domestica: si fa molto prima a stampare moneta che a rifiutare di rimborsare i creditori. Adesso resta solo da capire in che diavolo investire, tra un tasso d’inflazione effettiva che promette di approssimarsi a zero nei prossimi mesi, ed il timore crescente di esplosioni inflazionistiche che risolverebbero il problema degli stock di debito pubblico, come già avvenuto più volte nel corso della storia. Compriamo materie prime?