Il compagno Gianfranco

Anche Michele Boldrin si è accorto dell’assai poco strisciante linciaggio di cui Gianfranco Fini da settimane è fatto oggetto entro le mura della cittadella del Popolo della Libertà. Diciamo “anche” nel senso che la sua fortunata distanza, fisica e culturale, da quanto accade in questa disgraziata penisola potrebbe metterlo al riparo da alcuni miserrimi teatrini ma, purtroppo per lui, Michele mantiene una insana passione politica per tutto quanto accade nel Belpaese, e quindi diciamo che se le va a cercare. La posizione di chi scrive è nota e verrà testé ribadita: il presidente della Camera proferisce parole di comune buon senso, nulla di realmente rivoluzionario. Manca ancora una elaborazione compiuta sui temi economici, anche se la direzione pare essere quella di aderire alle indicazioni (altra costruzione di puro buonsenso) del governatore di Bankitalia. Ma nel complesso leggiamo e ascoltiamo parole di “normalità” in un paese che normale ha pervicacemente deciso di non essere. Dobbiamo ancora comprendere se le posizioni espresse da Fini, segnatamente quelle che divergono in modo evidente dal mainstream del Pdl, sono frutto di tatticismi o sono un effettivo cambio di visione politica, anche se siamo sempre più inclini a sposare la seconda ipotesi.

Di certo, e torniamo a ribadirlo, le reazioni che provengono dalla stessa parte politica di Fini lasciano basiti. Basta farsi un giro su internet, che non è statisticamente rappresentativo dell’elettorato italiano, per leggere espressioni disarmanti: “traditore”, “rinnegato”, oltre all’immancabile “comunista”. Espressioni che provengono da settori i più diversi, per anagrafe e storia personale. Si va dal ragazzino esaltato dalla triade “Dio, patria e famiglia”, al sedicente “analista” politico, ai marxisti convertiti (di gran lunga la specie peggiore), al “normale” cittadino, padre di famiglia e lavoratore dipendente o autonomo, che viene colto dal singolare terrore che l’azione di Fini possa costituire un’opera di erosione del berlusconismo, e che finirà col provocarne la caduta ed “il ritorno del comunismo in Italia”. Proprio ora che i treni arrivano in orario, la pubblica amministrazione funziona come un orologio svizzero e il Giardino d’Europa è tornato a fiorire! E’ questo l’aspetto che personalmente ci fa impazzire: come attribuire a questo governo tali e tanti meriti, se ad oggi nessun segno di reale discontinuità è emerso nella sconsolante parabola discendente del paese? L’aspetto più impolitico e pre-politico di questa vicenda è proprio lo stupore misto a rabbia di quanti ritengono che mai, in nessun caso, all’interno del Pdl possano levarsi voci discordanti dalla leadership. Non esattamente un modo occidentale di concepire la politica.

Ora, dopo l’unanimismo di facciata, attendiamo di leggere i primi distinguo da quanto fatto ieri da Fini. Attendiamo le articolesse del “si, però”, che vireranno (scendendo dai piani alti ai sottoscala della “elaborazione politica” del Pdl) in accuse più o meno manifeste di aver tentato di sabotare i “grandi accordi economici e commerciali” del nostro paese con la Libia. Dimenticando che tali accordi sarebbero stati stretti comunque, per reciproca convenienza, anche se il protocollo della visita di Gheddafi fosse stato meno simile all’organizzazione di un circo a tre piste, e si fosse caratterizzato per maggiore sobrietà e profilo meno pacchianamente accentuato. Ma tant’è, siamo nella società dell’immagine, meglio adeguarvisi, anche se l’effetto d’insieme è, al solito, grottesco.

Noi non abbiamo modo di sapere se l’azione di Fini si concretizzerà in qualcosa di sostanziale, oltre ad apprezzabili prese di posizione di principio. Di certo sentiamo distintamente che la strada intrapresa dal Pdl, fatta di annunci ad effetto, di una neo-democristianità impotente verso le grandi riforme di struttura e di una ormai evidente subalternità al neocentralismo localista della Lega nelle regioni settentrionali, in una sorta di riedizione della desistenza del 1994 (come segnalato anche da Vittorio Feltri che, col suo stile inconfondibile, ha parlato di “interronimento” del Pdl), non depongono a favore di una uscita del paese dalla crisi in cui si dibatte da almeno un paio di decenni.

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