Il phastidioso UPB e i kulaki spremuti e drenati

L’Ufficio parlamentare di bilancio ha pubblicato una Nota di lavoro su “La dinamica retributiva e il ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche“. Lo segnalo perché, phastidiosamente, la Nota smonta alcuni persistenti luoghi comuni del dibattito pubblico italiano ma, soprattutto, perché le sue conclusioni sono in linea in modo assolutamente rimarchevole con quanto da me scritto negli ultimi anni.

C’è però un dato che riassume meglio di ogni altro l’intera Nota: 35.100 euro.

È la soglia di reddito annuo (a prezzi 2026) oltre la quale il sistema Irpef odierno diventa più oneroso di quello del 1990. Al di sotto, invece, oltre trent’anni di bonus, detrazioni e sgravi hanno reso il sistema fiscale più favorevole.

Poiché circa l’84 per cento dei lavoratori dipendenti si colloca sotto quella soglia, la conclusione è semplice: il fisco è diventato uno strumento di integrazione salariale.

Per oltre trent’anni il mercato del lavoro italiano ha prodotto una crescente dispersione dei salari. Negli stessi anni il fisco ha progressivamente cercato di rimettere insieme i pezzi e combattere quello che chiamerei impoverimento entropico. È questa, in estrema sintesi, la conclusione cui giunge la Nota.

La tesi dello studio, basato su dati Inps, è semplice ma ricca di implicazioni: l’Irpef non si limita più a redistribuire il reddito secondo la tradizionale logica della progressività. Sempre più spesso viene utilizzata come strumento per compensare gli effetti di un mercato del lavoro incapace di garantire una crescita soddisfacente delle retribuzioni. In altri termini, un disfunzionale ruolo di supplenza. Come vi segnalo da tempo.

L’anomalia italiana

Lo studio conferma un dato ormai noto: nel confronto internazionale l’Italia rappresenta un’anomalia, con retribuzioni reali sostanzialmente ferme da oltre trent’anni. Ma il lavoro dell’UPB aggiunge un elemento importante che raramente emerge nel dibattito pubblico.

Secondo i dati dell’OCSE, le retribuzioni lorde per dipendente a tempo pieno equivalente (full-time equivalent, FTE) sono diminuite in termini reali dell’1,6 per cento nel periodo 1990-2024 a fronte di aumenti significativi registrati nei principali paesi avanzati. Ad esempio, Francia e Germania hanno registrato incrementi superiori al 30 per cento,mentre la Spagna una crescita del 12,9. La dinamica retributiva è stata sostenuta anche per i paesi anglosassoni, con il Regno Unito al 48,4 per cento e gli Stati Uniti al 50,5.

Anche restringendo l’analisi al 1990-2018 (escludendo pandemia e crisi energetica), le retribuzioni lorde reali crescono del 2,8% contro un PIL reale per ora lavorata cresciuto del 18,4% (PIL complessivo +21,6% nello stesso periodo). È la controprova che non si tratta solo di un problema di inflazione recente, ma di un disallineamento strutturale di lungo periodo tra crescita economica e redistribuzione salariale.

La caduta della retribuzione media non deriva soltanto dalla dinamica salariale in senso stretto. Una parte molto rilevante dipende dalla trasformazione della composizione dell’occupazione. Dal 1990 il part-time passa da poco più del 4 per cento a oltre il 30 per cento dei rapporti di lavoro. Crescono inoltre i rapporti discontinui e quelli di durata inferiore all’intero anno. Di conseguenza, la retribuzione annua media diminuisce anche perché aumenta il numero di lavoratori che lavorano meno ore e meno settimane.

L’ipotesi dello “skill premium” viene di fatto respinta per il caso italiano. Il coefficiente di Gini delle retribuzioni settimanali cresce del 24,6% nel 1990-2018, ma quello calcolato sulle sole retribuzioni Full Time Equivalent resta pressoché costante: quindi, la dispersione retributiva è quasi interamente un effetto-composizione del part-time, non un premio crescente alle competenze. È un punto potenzialmente controcorrente rispetto alla narrazione standard sulla polarizzazione salariale nei paesi avanzati.

Servizi impoveriti

Anche la fotografia settoriale è meno uniforme di quanto suggerisca la narrativa corrente. Industria e costruzioni riescono nel complesso a mantenere una dinamica salariale positiva. Nei servizi, invece, le retribuzioni reali arretrano in misura significativa. Il risultato è una crescente polarizzazione che si somma alle differenze tra operai e impiegati e tra lavoro full-time e part-time. L’aumento della disuguaglianza osservato dagli autori nasce soprattutto da questa segmentazione e molto meno da un presunto aumento del premio riconosciuto alle competenze.

In altre parole, il problema italiano sembra essere più la qualità dell’occupazione che non la remunerazione dei lavoratori altamente qualificati. Questo per tutti gli invidiosi sociali, categoria che in Italia cresce notoriamente in modo gagliardo.

L’osservazione è tutt’altro che marginale. I lavoratori occupati a tempo pieno per tutto l’anno mostrano infatti una crescita reale delle retribuzioni, pur decisamente inferiore a quella del PIL. Il vero crollo riguarda invece il segmento del lavoro discontinuo e del part-time, spesso involontario. Il mercato del lavoro si frammenta, oltre che stagnare.

Primo punto da segnalare: se le cose stanno in questi termini, proporre come soluzione il salario minimo, che peraltro tende a impattare negativamente sulle quantità, cioè le ore lavorate, è un nonsenso di policy. E anche questo vi ho detto, a suo tempo.

Domanda da porre alla candidata (premier) con la chitarra durante l’assemblea studentesca, che continua ossessivamente a ripetere anche a chi le chiede l’ora “sotto i 9 euro l’ora non è lavoro ma sfruttamento”: se la giornata lavorativa formale diventasse, di questo passo, di tre ore al giorno remunerata a 9 o anche 10 euro l’ora, lo sfruttamento sparirebbe?

Poi un giorno dovremmo analizzare il fenomeno del part time involontario, e capire da cosa è prodotto. Forse da eccesso di onerosità del sistema, che spinge al semi-sommerso. Chissà.

Quando il fisco diventa politica salariale

È su questo sfondo che va letta l’evoluzione dell’Irpef. Dagli anni Novanta in poi le riforme hanno progressivamente concentrato gli sgravi sui lavoratori dipendenti con redditi bassi e medio-bassi. Il bonus Irpef del 2014, introdotto dal governo Renzi, la sua successiva espansione col governo Conte 2, poi il governo Meloni con gli sgravi contributivi e infine la loro incorporazione nell’Irpef hanno seguito tutti la stessa direzione.

Il risultato è che oggi circa quattro lavoratori dipendenti su cinque si trovano in una situazione fiscale più favorevole rispetto al 1990. Parallelamente la no tax area si è praticamente raddoppiata in termini reali e il numero di lavoratori che non versano Irpef è cresciuto fino a circa il 40 per cento del totale degli operai e impiegati. Però da qualche parte questo gettito mancante va trovato.

L’imposta sul reddito ha quindi assunto una funzione che va ben oltre quella originaria: integra direttamente i redditi da lavoro. È difficile non vedere, in questa evoluzione, una forma di politica salariale realizzata attraverso il sistema tributario. Qualcuno potrebbe sostenere che la funzione redistributiva dei tributi è questa, ma le cose non stanno esattamente in questi termini.

Secondo gli autori, circa l’80 per cento dell’aumento della capacità redistributiva dell’Irpef è spiegato dalle riforme fiscali (chiamiamole così ma è improprio e soprattutto diseducativo), mentre l’aumento della disuguaglianza del mercato del lavoro contribuisce per una quota molto più ridotta.

Ma proprio questo successo apre nuovi interrogativi.

L’Irpef è diventata sempre più progressiva limitatamente ai lavoratori dipendenti, mentre altre tipologie di reddito sono uscite dalla base imponibile ordinaria grazie alla proliferazione di regimi sostitutivi come la cedolare secca e il regime forfettario.

Ne deriva una crescente disparità di trattamento tra contribuenti con identico reddito ma diversa fonte reddituale. La cosiddetta equità (anzi, iniquità) orizzontale.

Nel frattempo il drenaggio fiscale continua a colpire soprattutto i redditi medi e medio-alti, aumentando il carico senza che ciò derivi da esplicite decisioni legislative.

Il rischio di sostituire il mercato

La conclusione della Nota è probabilmente la parte più interessante.

Gli autori osservano che l’attuale modello redistributivo potrebbe avere raggiunto i propri limiti. Il fisco ha svolto un’importante funzione di compensazione, ma continua a intervenire ex post, cercando di correggere gli effetti di un mercato del lavoro sempre più segmentato.

Il rischio è evidente: invece di affrontare le cause della stagnazione salariale — produttività, concorrenza, qualità dell’occupazione, capitale umano e soprattutto contrattazione collettiva — si continua a redistribuire il reddito prodotto. Dai kulaki, per la precisione.

Non è una strategia priva di costi. Una progressività sempre più accentuata può incidere sugli incentivi al lavoro qualificato, mentre la continua erosione della base imponibile rende più difficile finanziare ulteriori interventi. Il paradosso è che il successo redistributivo dell’Irpef finisce per certificare il fallimento delle politiche che avrebbero dovuto far crescere i salari.

Ed è probabilmente questa la domanda lasciata in sospeso dalla Nota dell’UPB: fino a che punto il fisco può continuare a sostituirsi al mercato del lavoro senza trasformarsi esso stesso nel sintomo di un problema strutturale?

Non lo so. Quello che so è che questa Nota conferma tutte le mie tesi degli ultimi anni. E cioè che è profondamente disfunzionale fornire “aumenti di stipendio”, o meglio presentarli come tali, finanziati con l’irripidimento della curva Irpef a danno dei percettori di redditi più elevati. Un irripidimento di tipo surrettizio perché non avviene mediante aumento dell’aliquota bensì per mancata restituzione del drenaggio fiscale sopra un dato limite di reddito.

In base a quanto sin qui detto, il candidato valuti la razionalità, equità ed efficienza di proposte di detassazione degli aumenti contrattuali. Dai, che ci arrivate. È un cappio, l’ennesimo, al collo dei kulaki.

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