L’eredità Craxi

Su noiseFromAmerika, Sandro Brusco analizza l’impatto sulla finanza pubblica italiana prodotto dagli anni del craxismo imperante. Chi ha vissuto quel periodo (come chi scrive, da giovane studente di economia), ritroverà il motivo di alcune epiche incazzature e delle prime pulsioni di disprezzo viscerale verso la classe politica. Tutti gli altri, soprattutto i più giovani e quanti si dilettano di numeri, troveranno l’articolo estremamente informativo.

Un estratto, relativo alla dinamica del debito pubblico, grassetto nostro:

Come già osservato, durante l’era Craxi la spesa (persino la sola spesa primaria) restò costantemente al di sopra delle entrate. Questo provocò un’esplosione del debito pubblico. Il rapporto debito/PIL, pari al 56,9% nel 1980, balzò al 68,9% nel 1983. In questi anni Bettino Craxi acquista rapidamente potere: un processo che si corona nei 4 anni successivi in cui fu primo ministro. Durante quei 4 anni il rapporto debito/PIL crebbe di ben 20 punti percentuali, giungendo nel 1987 al 88,5%. Come si ottenne tale incremento è presto detto. Il disavanzo di bilancio durante il periodo 1980-1992 fu in media pari al 10,8% del PIL, un livello assolutamente scandaloso. La media degli anni 1984-1987, quando Craxi fu primo ministro, fu un ancor più scandalosa: 11,4%. È difficile oggi credere che si potesse essere tanto irresponsabili.

Dato il buon tasso di crescita del PIL durante il periodo, la responsabilità di questo disastroso aumento è tutta e interamente politica ed è da addebitare a Craxi in primo luogo. Avendo sperperato le proprie risorse nei periodi delle vacche grasse, il bilancio pubblico subì un altro duro colpo con la recessione dell’inizio degli anni ’90. Anche se a quel punto il bilancio era vicino all’avanzo primario, il debito era ormai alimentato dalla spesa per interessi, che giunse a superare il 10% del PIL. Il rapporto debito/PIL raggiunse il 105,2% nel 1992, il 115,6% nel 1993 e il 121,8 nel 1994. È solo a partire da quell’anno che la situazione si stabilizza, in parte grazie a un aumento della pressione tributaria ma soprattutto grazie alla riduzione internazionale dei tassi d’interessi e all’agganciamento dell’Italia all’area dell’euro.

E questa è la situazione in cui siamo oggi. Il bilancio pubblico resta straordinariamente fragile. Dato l’enorme livello di debito accumulato, un incremento dei tassi d’interesse (che al momento sono a livelli storicamente molto bassi) rischia di produrre disastri per l’economia italiana.

Metteremmo una piccola aggiunta: il periodo 1980-1983 fu all’incirca quello in cui Paul Volcker, dalla Fed, estirpò con violenza l’inflazione dall’emisfero occidentale. Per un paese come l’Italia, che negli anni Settanta (durante i due shock petroliferi) aveva approfittato di tassi reali negativi nel finanziamento del debito pubblico, il fatto di ritrovarsi con tassi reali positivi e fortemente crescenti fu un autentico pugno nello stomaco. La nostra classe politica non volle o non riuscì a realizzare avanzi primari cospicui per compensare l’esplosione della spesa per interessi. Tutto il resto è storia. Anzi, cronaca, visto che ancora oggi ne paghiamo le conseguenze.

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