Grecia, verso la resa dei conti

Questa mattina i titoli di stato greci sono nuovamente venduti a mani basse. Le scadenze successive alla triennale hanno un rendimento intorno o superiore al 7 per cento. La decennale, in particolare, è passata dal minimo del 6,65 per cento di lunedì, all’indomani dell’annuncio dei termini europei del salvataggio, al 7,02 per cento alle ore 12 di oggi. Il differerenziale di rendimenti con il titolo di stato decennale greco è in crescita di circa 20 centesimi, il credit default swap quinquennale greco è più largo della stessa misura.

Il mercato ha già metabolizzato la notizia della linea di credito europea, e dopo le “esaltanti” aste a 26 e 52 settimane di ieri (viste come un vero e proprio “pasto gratis”, ma potrebbe non essere così), sta decisamente puntando ad imporre alla Grecia di utilizzare i fondi di emergenza, per andare a vedere eventuali bluff della Ue, o ripensamenti dell’ultim’ora di alcuni dei suoi membri. Il metadone è terminato, in pratica.

Per l’agenzia di rating Fitch, che venerdì scorso ha tagliato di due livelli il rating greco, portandolo sul ciglio dello status di spazzatura, entro le prossime due settimane il governo greco potrebbe essere costretto a far ricorso al maxi-prestito da 45 miliardi di euro targato Ue-Fmi.

Il piano è fattibile, ma non sarà facile, sostiene l’analista di Fitch, che appare tuttavia troppo ottimista sul tasso di crescita, o meglio di decrescita, greca, stimato per quest’anno tra il 2 ed il 3 per cento. Secondo altre case d’investimento, invece, il Pil greco dovrebbe contrarsi di circa il 4 per cento. Sono dati che seppelliscono il piano di rientro dal deficit che Atene ha concordato con la Commissione europea. Il buco fiscale, malgrado il pacchetto di tagli di spesa e aumenti d’imposta presentati a inizio marzo, è destinato ad allargarsi, in quella che appare una trappola di debito. Nel frattempo cresce tra le forze politiche greche la pressione per giungere ad un “default strategico”, cioè la ristrutturazione del debito, con taglio del suo valore nominale.

A questo punto, una riflessione s’impone. Poiché la Grecia sarà presto costretta a “tirare” la linea di credito congiunta Ue-FMI, che accadrà se (anzi, quando) Atene dichiarerà la ristrutturazione del debito, cioè il default? I fondi di emergenza verranno considerati privilegiati nella priorità di rimborso dei creditori, o gireranno pari passu con tutti gli altri prestiti contratti dalla Grecia? La questione non è di lana caprina, come ben si può immaginare. Che ne sarà degli oltre 8 miliardi di euro prestati dalla Germania, o dei 5,5 forniti dall’Italia, se il governo greco deciderà unilateralmente di rimborsarne solo il 60-70 per cento? I creditori europei ed il FMI saranno considerati creditori privilegiati, magari secured dalle riserve auree greche (evento assai improbabile) o finiranno nel gruppone dei creditori chirografari di Atene?

Ecco qualcosa su cui interrogarsi, ammesso e non concesso di capire dove  e come il nostro paese troverà quei soldi.

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