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Il costoso risparmio gestito tricolore

Che il costo del risparmio gestito, in Italia, sia nettamente superiore alla media europea è il segreto di Pulcinella. Ma è sempre utile ribadirlo con la forza dei numeri, per permettere alle famiglie di farsi un’idea di quanto vengono alleggerite quando tentano di far fruttare la parte non consumata del proprio reddito.

Ci sono svariati studi che a intervalli regolari segnalano la criticità dell’industria del risparmio gestito in Italia. L’ultimo in ordine cronologico è di Tosetti Value, un multi-family office di Torino, nel suo consueto rapporto trimestrale, di cui dà conto il Sole 24 Ore. Questo il passaggio con i numeri chiave:

Nei primi nove mesi dell’anno […], gli strumenti che le prime dieci Sgr del nostro Paese hanno collocato presso i risparmiatori si sono infatti visti applicare in media oneri ricorrenti (ongoing charge) pari all’1,46%, di gran lunga superiore allo 0,96% delle top 30 del Continente.

Il 50% in più, ma anche di più

Con un complesso algoritmo, sarebbe un differenziale di circa il 50% in più che le società di gestione italiane prelevano in media sui prodotti collocati. Alla base del quale, secondo Tosetti Value, sarebbero alcuni elementi strutturali del settore in Italia. Il primo:

Le dimensioni relativamente ridotte non consentono loro di raggiungere le necessarie economie di scala, che permetterebbero di ampliare l’offerta in modo efficace ai fondi passivi, per natura gravati da costi più bassi, e di essere presentì con team d’investimento e tecnologia in tutte le aree geografiche e settori attraverso risorse proprie.

Qui direi che è abbastanza intuitivo. Dimensioni relativamente ridotte necessitano di margini unitari più elevati, per perseguire redditività. C’è anche un secondo elemento di criticità, indicato nel rapporto: la distribuzione dei fondi

[…] per i privati è portata a termine da consulenti remunerati tramite retrocessione di quota parte di quanto pagato dal cliente tramite le commissioni addebitate al fondo sottoscritto.

Troppe obbligazioni in portafoglio

C’è poi da considerare un elemento di scelta allocativa, a pesare sulle ridotte remunerazioni dei prodotti di risparmio gestito in Italia: la limitata esposizione ai mercati azionari e la preferenza, ormai incomprensibile, per quelli obbligazionari. Secondo lo studio, in Italia i portafogli della clientela sono esposti ai mercati azionari per il 20,5% contro il 47,6% del campione europeo esaminato.

Se poi consideriamo che da noi anche i prodotti obbligazionari sono piuttosto esosi in termini di struttura commissionale rispetto al livello dei rendimenti, ecco che il cerchio si chiude. I più analitici tra voi avranno colto anche un altro punto: in Italia la commissione media sui fondi è del 50% più alta che in Europa ma da noi prevale l’investimento obbligazionario, che paga meno commissioni rispetto all’azionario; ciò significa che, a confronto omogeneo per tipologia di investimento, l’esosità effettiva delle nostre Sgr e reti di distribuzione è ancor più elevata. Che cosa inferire da questi numeri, quindi?

L’aspetto dimensionale e la struttura di remunerazione della rete di collocamento pesano molto, in termini di sottrazione di redditività dell’investimento. La scarsa competenza media dei risparmiatori, legati in modo elettivo all’obbligazionario, fa il resto. Non è un caso se tutte le banche italiane, in sede di budget, si fiondino sui ricavi da commissioni per compensare i sempre più magri margini di interesse. E le commissioni su risparmio gestito sono una vera pentola piena di dobloni che non aspettano altro che essere raccolti.

Industria piccola, margini grandi

La crescita dimensionale viene spinta da aggregazioni transfrontaliere, che sono il momento in cui di solito la politica, dietro “suggerimento” di soggetti interessati a proteggere il proprio orticello, si alza gridando alla scalata straniera al risparmio degli italiani, che verrebbe rapito come accadeva per i turisti diretti in Italia che non possono contare su una compagnia di bandiera.

C’è poi l’altro “equivoco” interessato, spinto dalla politica: diversificare il portafoglio su base internazionale è il male, bisogna essere patriottici. Che poi è il modo migliore per farsi male. I poveri risparmiatori, rimbecilliti da questo assalto e da questa grancassa, finiscono con l’irrigidirsi sulle proprie scelte allocative, liquidità inclusa, o con l’essere alleggeriti.

Niente prodotti passivi, siamo italiani

Evito di commentare l’andamento dei (costosi) prodotti a gestione attiva: ormai fanno tenerezza, nel confronto con strumenti passivi low cost come gli Etf. Le società di gestione possono creare valore con l’asset allocation usando i prodotti passivi come mattoncini, ma temo che questo determinerebbe l’immediata ridondanza di parte non marginale dei team di gestione.

Il settore, per spingere la propria marginalità, sta inoltre promuovendo i prodotti cosiddetti alternativi illiquidi, come il private equity. Strutture estremamente costose e non particolarmente illuminate dai riflettori della trasparenza, oltre che non smobilizzabili per molti anni. Qui il rischio per i risparmiatori è ancora più elevato. Peccato perché, al netto del solito tambureggiamento patriottico sul dovere di aiutare la Nazione a risollevarsi e ricostruire, lo strumento ha ancora una propria ragione d’essere. Sempre e soltanto nell’ambito di una corretta diversificazione degli investimenti, s’intende.

Le società di gestione italiane, che quest’anno festeggiano una redditività record, sono tuttavia insidiate da nuove norme che stanno per entrare in vigore sulle cosiddette commissioni di performance, definite da ESMA (European Securities and Markets Authorities), l’organismo europeo dove sono rappresentati i watchdog dei mercati finanziari, tra cui l’italiana Consob. SI ritiene che per dicembre il nostro paese avrà adottato tali linee guida ma voi non trattenete il respiro nell’attesa.

La stretta di ESMA

L’obiettivo di ESMA, nella redazione di questi orientamenti, è quello di

[…] assicurare che i modelli di commissione di performance utilizzati dalle società di gestione rispettino i principi di onestà ed equità nella conduzione delle attività aziendali e che le società di gestione agiscano con la dovuta competenza, cura e diligenza, nel miglior interesse del fondo che gestiscono, in modo tale da evitare che costi indebiti vengano addebitati al fondo e ai suoi investitori. Inoltre, gli orientamenti mirano a stabilire uno standard comune in relazione alla divulgazione delle commissioni di performance agli investitori.

In altri termini, si tenta di evitare che le società di gestione applichino commissioni di performance per il fatto stesso che il sole è sorto. Ricordo ancora gli anni ruggenti in cui si sceglievano come benchmark indici azionari amputati dai dividendi, che in tal modo venivano agevolmente battuti consentendo di incassare la commissione di performance. Come rubare le caramelle ai bambini. Poi venne il cosiddetto High Water Mark, pur se non per tutti, e le cose migliorarono, almeno in parte. Ma anche qui i giochetti restano possibili.

Tale azione di standardizzazione europea si inserisce nell’ambito della più generale supervisione su costi e commissioni di prodotti cosiddetti Ucits, cioè che investono in mercati europei regolamentati, avviato a inizio 2021. Vedremo se nel nostro paese si opporrà resistenza a tali interventi di trasparenza con la ormai abituale motivazione che si tratta di un assalto al nostro risparmio nazionale e alle nostre aziende.

Per farla breve, il nostro paese resta in condizioni di evidente arretratezza, non solo culturale, sui temi del risparmio gestito. Prodotti mediamente costosi senza motivazione differente dalla marginalità delle società di gestione concorrono ad allontanare i risparmiatori. La strada dell’educazione finanziaria è lastricata di asimmetrie informative e prelievi impropri.

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