Chiamiamola ricaduta

Giornata di pessime notizie macroeconomiche per gli Stati Uniti. L’indice degli indicatori anticipatori (leading indicators) è cresciuto in giugno di solo lo 0,1 per cento, mentre la flessione di giugno è stata rivista in peggio, a meno 0,3 per cento. Questo indica o dovrebbe indicare un rallentamento congiunturale entro uno-due trimestri. Il deterioramento del mercato immobiliare (in termini di numero di nuovi permessi edilizi), quello del morale dei consumatori e l’appiattimento della curva dei rendimenti sono tra i maggiori elementi negativi al quadro prognostico.

Riguardo l’ultimo punto, una chiarificazione: di solito, una riduzione della pendenza della curva è associata ad attese di rallentamento perché le banche centrali, nel tentativo di piegare l’inflazione, alzano i tassi a breve termine. Oggi l’appiattimento è del tutto differente, ma altrettanto nocivo per la crescita: le scadenze lunghe vedono un calo precipitoso dei rendimenti: oggi il decennale del Tesoro americano ha toccato il livello “pre-nipponico” del 2,57%. Questo vuol dire attese di disinflazione/deflazione.

Altro dato negativo di oggi è l’indice dell’attività manifatturiera elaborato dalla Fed di Philadelphia, che in agosto è crollato al livello di meno 7,7, contro attese per un dato di +7. E’ il peggior risultato  da luglio 2009, ed è omogeneamente negativo nelle componenti dell’indice, dagli ordini alla produzione, dalle scorte ai prezzi pagati. Se questo dato sarà confermato dagli altri distretti manifatturieri, avremo la certificazione che l’industria americana sta vistosamente rallentando, o forse anche contraendosi.

Terzo dato del giorno, per molti versi il più impressionante in senso negativo, è quello dei nuovi sussidi di disoccupazione, che toccano nella settimana del 14 agosto la quota di 500.000 persone, peggior risultato da novembre 2009, a fronte di attese per il comunque elevato numero di 478.000. Possiamo aggrapparci alla metodologia, e affermare che un singolo datapoint non fa una tendenza, ma rischieremmo di essere degli inguaribili ottimisti. Ora resta da capire quanto tempo servirà alla Fed prima di lanciare un nuovo massiccio programma di easing quantitativo. Attendendo il midterm, la moderna ordalia americana.

P.S. La situazione è certamente grave. A renderla assai poco seria ci pensano le monocordi analisi di Stefan Karlsson, per il quale

«The expectation of significant tax increases in January 2011 as the Bush tax cuts expire is another key factor behind the weakening economy»

Pensate, abbiamo da tempo la soluzione a tutti i mali dell’economia americana, e stiamo ancora qui a baloccarci. Che roba, signora mia.

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