Lo sfarinamento

Interessante ed assai condivisibile analisi dell’attuale quadro politico italiano, realizzata da Oscar Giannino. Dall’ennesima frase celebre di Bossi (“Fini e i suoi vogliono un po’ di soldi da sprecare al Sud”), emerge non solo e non tanto un tema che di fatto ci portiamo dietro dall’Unità d’Italia, quanto la vulnerabilità assoluta di questa coalizione di governo, non inedita né imputabile all’azione isolata del primo Fini che passa per strada. Malgrado quello che alcuni illustri editorialisti non riescono a farsi entrare in testa, questa coalizione di governo resta uguale a se stessa da sempre, a parte marginali variazioni grafiche e coreografiche.

E’ una coalizione articolata su una doppia desistenza, come nel 1994 (con Bossi al Nord, con l’allora An al Sud), e continua a non volere/potere risolvere questa divaricazione. L’apparente ricetta magica del federalismo sta mostrando tutta la propria illusionistica inconsistenza, come riconosce anche Giannino (“il punto sono i numeri del federalismo che sin qui mancano nei decreti attuativi della delega”), dopo che anche noi abbiamo fatto notare l’abusato giochino.

Ora, la situazione è molto chiara: ad una certa latitudine del paese esiste una forza politica che gode di elevata inerzia, avendo ormai scalpellato in testa agli elettori di essere l’unica entità in grado di trattenere il maggior numero di tasse là dove sono generate. Nella parte centro-meridionale del paese la competizione è (e sarà) non necessariamente tra entità partitiche bensì tra spezzoni di notabilato locale, impegnati a rivendicare almeno il mantenimento dei livelli di assegnazione delle risorse destinate al territorio. Da questa sorta di polarizzazione emergono alcune considerazioni.

In primo luogo, cosa pensano e cosa faranno i parlamentari del Pdl eletti nelle circoscrizioni settentrionali, un numero elevato dei quali in caso di elezioni anticipate rischia di recitare l’involontario ruolo del tacchino natalizio, vista l’avanzata inarrestabile della Lega? Perché gli elettori del Nord dovrebbero votare delle sbiadite imitazioni, potendo disporre di ruspanti e vocianti originali, anche ricordando come è stato immolato Giancarlo Galan in Veneto? Non è più probabile che alcuni di questi agnelli sacrificali facciano il salto della quaglia e si ricordino che dopotutto viviamo in una repubblica parlamentare, anche a norma dell’articolo 67 della Costituzione? E nel Mezzogiorno, dove il collante di appartenenza partitica è ancora più tenue, quale tema identitario proporrebbe il Pdl, oltre alla costosissima cooptazione di ras locali, in un tripudio di mastellismo? Ma anche di questo avevamo parlato, inutile ribadire.

Il punto è che il progetto berlusconiano mostra ogni anno di più la propria essenza: è un gioco di specchi, di bluff e di rilanci, che necessita ad ogni giro di accumulare nemici contro i quali scatenare l’abituale caccia all’uomo, con i potenti mezzi mediatici della Casa. Nulla di più. E anche il teatrino della “riscrittura”dei punti qualificanti del programma del centrodestra è funzionale a questa fiction. Non c’è nessun Mezzogiorno di cui parlare, né riforme strutturali da attuare, soprattutto ora che siamo in pieno “boom” economico (come ci informano Sacconi e Brunetta), possiamo quindi spostarci sul tema delle “libertà civili”, soprattutto quelle care al premier, come il processo breve, per il quale presto sentiremo Gasparri, dalla caratteristica pineta estiva, sproloquiare di “Europa che ce lo chiede” ed altre amenità del genere.

Nel frattempo la Lega, non è chiaro se per sprovvedutezza o per cinismo politico, porta a casa ad ogni giro qualcosina che resta comunque assai meno del bersaglio grosso, e prosegue nell’opera di vampirizzazione del partito del premier. Ieri erano Casini e Follini, oggi Fini, domani chissà. L’unica certezza è che gli anni passano ed il paese imputridisce, più che declinare. In compenso si divertono solo Feltri e Belpietro, almeno fin quando non si romperanno definitivamente i denti, tentando di addentare una polpetta di travertino. Per come si sta sviluppando su blog e social network, possiamo a buon diritto considerare questa disputa la versione 2.0 dell’antico panem ed circenses, anche se la pratica servirà solo ad affossare definitivamente le miserrime sorti del nostro giornalismo guardone e velinaro.

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