L’eurocrisi di debito è sempre tra noi

Dopo una breve pausa, tornano i timori sul futuro dei paesi europei più indebitati. Non è chiaro perché fossero temporaneamente spariti dal radar, ma tant’è. Dopo l’Irlanda e le sue banche bisognose oltre le previsioni di trasfusioni di denaro pubblico, i riflettori tornano a puntarsi sulla Grecia, anche dopo un reportage del magazine tedesco Spiegel che dipinge un quadro dickensiano fatto di depressione economica, impoverimento galoppante e tensioni sociali che potrebbero esplodere a breve.

L’articolo dello Spiegel non dice nulla di inedito, limitandosi a descrivere una spirale mortale fatta di tagli che determinano un crollo della crescita, che determina una deflazione che aumenta il valore reale del debito. Perché sarà anche vero che la Commissione europea ed il Fondo Monetario Internazionale si sperticano di elogi per gli “impressionanti” risultati del “risanamento” greco, e sono pronti a rilasciare le tranches successive degli aiuti. Resta tuttavia una realtà fatta di debito che si autoalimenta, di una contrazione pesantissima e superiore alle ipotesi di scenario utilizzate per il salvataggio, di un sistema bancario ellenico ormai stabilmente intubato all’ossigeno della Banca centrale europea, e di alcuni espedienti di piccolo cabotaggio, come la decisione del governo greco di usare l’ombrello protettivo della liquidità di Ue e FMI per emettere Bot a brevissima scadenza (e caro prezzo), e dare l’illusione ottica della solvibilità.

In effetti, questo “risanamento” greco si basa su una terapia omeopatica o più propriamente di mitridatizzazione a dosi massive: si cura il debito con altro debito. La Grecia è entrata nella crisi con un rapporto debito-Pil del 113 per cento. Dopo la prima infusione di aiuti sovranazionali quel rapporto è balzato al 130 per cento. Nel 2013, quando dovrebbe concludersi il percorso di risanamento (auguri), quel rapporto salirà al 149 per cento. Il tutto sotto uno scenario ottimistico. Un rialzo dei tassi d’interesse, una crescita economica più lenta o una fiammata inflazionistica potrebbero mandare alle stelle il rapporto debito-Pil, incenerendo il paese. Se prima non ci avrà pensato la rabbia popolare.

C’è tuttavia una via d’uscita alla trappola del debito, e il governo greco potrebbe percorrerla alla prima occasione utile: quando il paese avrà raggiunto un avanzo primario di finanza pubblica, cioè sarà tornato tecnicamente solvibile, potrebbe lanciare un’operazione di ristrutturazione del debito, senza arrivare a ipotizzarne un ripudio totale o parziale. Per ora non si parla di questa evenienza, anche perché all’avanzo di bilancio manca ancora moltissimo, ma teniamola come ipotesi di lavoro.

P.S. A conferma del fatto che i mercati considerano un gruppo di paesi come intimamente connessi nella loro rischiosità, questa settimana il rischio-Italia è tornato ad impennarsi assieme a quello degli altri PIGS. Oggi il credit default swap quinquennale italiano si è allargato di 16 punti-base, al livello di 203 (la Spagna è a 232, l’Irlanda a 300), e la probabilità cumulativa di default del nostro paese, sullo stesso orizzonte temporale, è salita al 16,15 per cento. Con buona pace di alcune stagionate cheerleader di casa nostra, e delle loro bislacche tesi.

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