L’arma “definitiva” contro la Cina

Su Voxeu, Daniel Gros illustra quella che a suo giudizio dovrebbe essere l’arma definitiva contro la manipolazione del cambio da parte cinese. Si tratta di un approccio che salva la forma degli accordi WTO, poiché non applica misure protezionistiche al commercio internazionale ma agisce dal versante speculare dei movimenti di capitale, che non sono sottoposti ad accordi internazionali.

Nell’idea di Gros, Giappone e Stati Uniti dovrebbero imporre alla Cina il requisito di reciprocità, dichiarando cioè che in futuro limiteranno la vendita del proprio debito pubblico per includere solo istituzioni ufficiali di paesi dei quali essi stessi possono acquisire e detenere debito pubblico. Tale reciprocità sui flussi di capitale, secondo Gros, sarebbe del tutto legale, mancando vincoli internazionali all’imposizione di controlli sui capitali.

Come noto, la Cina ricicla il proprio surplus commerciale acquistando attività finanziarie denominate in dollari, soprattutto T-bills. Fatti salvi gli attivi attualmente detenuti dalla Cina all’estero (circa 2500 miliardi di dollari), l’introduzione di questa misura di fatto impedirebbe a Pechino di aggiustare in futuro il cambio dollaro-yuan a proprio piacimento. Inoltre, visti i numeri in gioco, questa misura sarebbe praticamente esente da fenomeni di elusione, visto che nessun intermediario occidentale oserebbe (e riuscirebbe) intermediare “segretamente” centinaia di miliardi di dollari per conto del governo cinese, che sarebbe quindi “Too Big To Hide”.

Gros risponde anche all’abituale obiezione: che accadrebbe se la Cina, irritata, scaricasse brutalmente sul mercato i T-Bills di cui dispone? Prescindendo dalla svalutazione del dollaro che ne deriverebbe, e che punirebbe i cinesi beneficiando gli americani, la risposta di Gros non è dissimile da quella data a suo tempo da Paul Krugman: lo facciano, e poi? In caso decidessero di impiegare i fondi in depositi bancari denominati in dollari, l’operazione si tradurrebbe in un massiccio rifinanziamento del sistema bancario americano; in alternativa, potrebbero comprare obbligazioni societarie, e in quel caso il settore privato statunitense (o di chiunque emette passività in dollari) verrebbe beneficiato da una bonanza epocale. I cinesi potrebbero comprare euro, ma in quel caso la Ue imporrebbe il requisito di reciprocità sui movimenti di capitale, e la partita sarebbe chiusa. L’unica alternativa potrebbe essere quella di comprare materie prime, destabilizzando il pianeta con un’inflazione da commodities che danneggerebbe per primi i trasformatori cinesi.

La verità, e Gros lo segnala, è che non sappiamo quanto gli americani siano effettivamente determinati a contrastare la “manipolazione valutaria” cinese. Troppi e troppo forti sono gli interessi delle multinazionali statunitensi che producono in Cina e riesportano negli Usa, e che nei giorni scorsi hanno già levato alta la voce per scongiurare misure ritorsive del Congresso contro Pechino. Non si deve inoltre dimenticare che gli Stati Uniti hanno in essere i deficit gemelli (di bilancio federale e delle partite correnti), quindi hanno vitale necessità di finanziamento esterno. Gli americani sarebbero quindi posti di fronte alla scelta tra avere chi finanzia più o meno agevolmente i loro deficit (ed il loro stile di vita) e l’accusa di mercantilismo e manipolazione valutaria nei confronti di quegli stessi finanziatori. La misura di reciprocità potrebbe quindi essere adottata soprattutto dal Giappone, che ha un surplus commerciale e autosufficienza nella sottoscrizione di debito pubblico.

Interessante esercizio intellettuale, questo di Gros, che tuttavia sospettiamo resterà tale.

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