Dagli stress test al crash test

Dopo i risultati degli stress test ufficiali, condotti dalla European Banking Association (EBA), e che mostrano che solo 8 banche su 91 avrebbero mancato il test, con esigenza di ricapitalizzazione di soli 2,5 miliardi di euro, JPMorgan ha condotto una propria versione dell’esperimento (che sta diventando il maggior passatempo dei circoli economico-finanziari europei), con risultati del tutto differenti. Sai che sorpresa.

La banca americana ha fissato l’asticella ad un minimo del 7 per cento di capitale, ma non di core Tier 1 (come invece fatto dalla EBA), bensì di capitale azionario ordinario, partendo dai valori attesi nel 2012 dalle maggiori 27 banche europee, secondo i criteri di Basilea III. Ma soprattutto, lo scenario adottato da JPMorgan è l’ipotesi dirimente di tutto questo caos planetario: un haircut sui book bancari di titoli sovrani. In soldoni, il default. Che JPM ha persino simulato e quantificato, nella misura del 40 per cento per la Grecia, del 30 per cento per Irlanda e Portogallo, e del 10 per cento per Italia e Spagna.

Il risultato (sorpresa, sorpresa!) sono 20 test falliti su 27, ed un buco di capitale di 80 miliardi di debito, così ripartito:

  • 25 miliardi per le banche inglesi,
  • 20 miliardi per le francesi,
  • 14 miliardi per le tedesche,
  • 9 miliardi per le italiane,
  • 4 miliardi per le spagnole,
  • 4 miliardi per le portoghesi,
  • 4,5 miliardi per le austriache

Quindi, sotto lo scenario ed i requisiti scelti da JPM, la situazione è critica, per il sistema bancario europeo. Ovviamente, ognuno può usare i parametri che preferisce, non ultima la tessera di partito del presidente della fondazione di suo riferimento, ma il buco di capitale esiste. E soprattutto, si comprende benissimo la sequenza del videogame mortale di tremontiana memoria:

Dapprima il crollo delle banche ha costretto i governi ad intervenire per salvarle. I debiti privati sono diventati in vario grado debiti pubblici. Ora, questi ultimi stanno per fare crollare l’intero edificio, intossicando le banche stesse, che dei medesimi si sono nel frattempo riempite, vuoi per sdebitarsi nei confronti dei governi, vuoi per lucrare il differenziale tra costo del denaro preso a prestito dalla Bce ed il rendimento dei titoli di stato. Siamo tornati al via, o meglio in prigione.

E meno male che avevamo già ricapitalizzato pesantemente, nell’ultimo anno. Nel frattempo, godetevi lo spettacolo di presidenti, direttori generali ed amministratori delegati di banche italiane che escludono categoricamente nuovi aumenti di capitale, proclamando che la loro banca è solida e differente. Chissà che di questo passo, al prossimo giro, non ci si sbarazzi pure delle fondazioni.

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