Un peg da non dormirci la notte

La decisione della Banca Nazionale Svizzera (BNS) di fissare un cambio massimo del franco svizzero contro euro pari a 1,20, annunciata questa mattina, è una di quelle che possono essere definite storiche, ma non necessariamente in senso positivo, avendo con sé anche un enorme potenziale di fallimento e di danni collaterali di varia natura.

Dopo l’epocale avvicinamento alla parità di cambio, fatta segnare nelle scorse settimane, il franco si era deprezzato contro euro, fino a questa mattina di circa il 10 per cento. Il movimento di oggi aggiunge un altro 8 per cento circa al totale, che peraltro neppure rappresenta un livello particolarmente aggressivo per gli esportatori svizzeri, per stessa ammissione della banca centrale elvetica.

Il punto principale è però un altro: la BNS è preparata ad acquistare “valuta estera in quantità illimitate”. Un aggettivo, quest’ultimo, che sui mercati ha un alto rischio di disastri, perché per la speculazione rappresenta l’equivalente del sangue per gli squali. Allo stato attuale, non sappiamo se questo “pavimento” minimo di 1,20 rappresenti un livello irrevocabilmente fisso o se sarà sottoposto a revisione periodica, in funzione (ad esempio) dell’evoluzione del tasso di cambio reale. Quello che appare evidente è che la BNS si prepara a far lievitare la propria base monetaria con operazioni non sterilizzate, che produrranno quindi un’enorme accumulazione di euro. E dove metteranno, gli svizzeri, tutti quegli euro? Avremo, a breve, nel cuore dell’Europa, una nuova piccola Cina, dotata di euro anziché di dollari. Gli analisti si interrogano anche su questa variabile.

Se la BNS acquisterà titoli tedeschi denominati in euro (privilegiando quindi la qualità), contribuirà infatti ad aumentare ulteriormente il differenziale tra centro e periferia dell’Eurozona, e quindi ad uno scoppio di avversione al rischio che a sua volta farà affluire nuovi fondi verso la Confederazione, mettendo pressione al cambio e forzando la banca centrale elvetica a stampare furiosamente nuovi franchi, con il non trascurabile rischio di perdere il controllo degli aggregati monetari e subire (prima o poi) una violenta fiammata inflazionistica (perché il paese non è in trappola della liquidità). Se invece la BNS decidesse di investire i suoi euro in carta italiana o spagnola, contribuendo alla riduzione dei rendimenti su questi sovrani, contribuirà a stimolare l’appetito per il rischio, e quindi ad indebolire il cambio del franco contro euro. Ovviamente, non è solo la BNS a determinare i destini dell’Eurozona, tutt’altro. Ma di certo questo piccolo esempio ci sembra paradigmatico del potenziale di ulteriori turbolenze da unintended consequences che possono crearsi sul mercato.

Auguri al presidente della BNS, Philipp Hildebrand, peraltro già incappato lo scorso anno in una clamorosa minusvalenza su cambi nel tentativo di comprimere il franco: ne ha davvero bisogno.

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