Mario, Sisifo e la democrazia

In un editoriale sul Financial Times, Martin Wolf illustra le difficoltà a far sopravvivere l’Eurozona, nell’attuale quadro di prescrizioni sghembe e incapacità a leggere la realtà dei mercati. E lo fa citando due paper, uno di Jean Pisani-Ferry ed uno di cui è co-autore Paul De Grauwe, che indicano i problemi reali e non quelli frutto dell’ideologia austera che sta distruggendo l’Eurozona.

Di questi problemi abbiamo più volte scritto: si tratta di quello che Wolf definisce il “comportamento irresponsabile di prestatori e debitori”, che è stato causato dagli enormi afflussi di capitale agevolati dalla soppressione della dimensione del rischio di credito in Eurozona (quel miraggio in base al quale un Bund era percepito come pressoché equivalente ad un titolo di stato greco, o portoghese). E questi afflussi di capitale sono a loro volta frutto dei persistenti sbilanci commerciali intracomunitari, con paesi che devono riciclare il loro enorme e crescente surplus.

I paper di Pisani-Ferry e De Grauwe individuano tre aspetti di fragilità interconnessa della struttura europea, mai neppure lontanamente affrontati, nella austera ubriacatura che sta distruggendo l’area: mancanza di responsabilità congiunta per il debito pubblico; assenza di supporto monetario per l’indebitamento sovrano, anche in una crisi grave; e lo stretto legame tra sovrani e banche domestiche.

Wolf si occupa poi delle problematiche che coinvolgono direttamente l’attività di Mario Draghi e Mario Monti: la vulnerabilità del sistema bancario e le insostenibili condizioni a cui i paesi più deboli possono indebitarsi, e che ha già spinto Monti a chiedere uno scambio alla Germania, in cambio delle misure di austerità, a cui Berlino ha già opposto il suo ottuso diniego d’ordinanza. Il problema, in quest’ultimo caso, è che la pressione non crea diamanti, né riforme:

«Il pericolo, tuttavia, è che la severità delle crisi finanziarie di cui soffrono i membri li privi del tempo necessario per consolidare progressi nella competitività. Nel caso dell’Italia, ad esempio, la combinazione di alti tassi d’interesse e banche vulnerabili con l’austerità fiscale è probabile che conduca ad una protratta e profonda recessione e quindi ad un aumento dei deficit fiscali ciclici nello stesso momento in cui i deficit strutturali si riducono [vi ricorda nulla?, ndPh.]. In queste circostanze, per un grande paese deflazionare in questo modo verso il risanamento è una fatica di Sisifo. Nessuna democrazia moderna ha pazienza infinita. I mercati lo sanno e reagiranno di conseguenza»

Pensare che gli alti tassi d’interesse siano, in questo momento, soprattutto sanzione per comportamenti fiscalmente viziosi dei sovrani, vuol dire avere capito assai poco della dinamica di questa crisi, e del ruolo che i mercati giocano in essa. Lo ricordino, tutti gli ingegneri sociali che aspirano a trasformare l’Italia in una seconda Germania, a colpi di depressione. E lo ricordino quando perderanno lavoro ed aziende.

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