Fratelli di Ponzi, l’Italia s’è fessa

La sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Sicilia ha condannato il direttore generale della provincia di Palermo e tre revisori dei conti, riconoscendo un danno erariale per oltre 29 milioni di euro, causati dall’affidamento in “gestione” (secondo collaudatissimi schemi di Ponzi) ad una società di Como specializzata in operazioni su cambi. La domanda è: per quale diavolo di motivo degli amministratori pubblici dovrebbero affidare delle somme a società che operano in trading valutario?

I condannati rispondevano di mancata verifica dell’affidabilità dell’intermediario e inadeguata analisi della rischiosità delle operazioni finanziarie. In particolare, il direttore generale della provincia di Palermo, Antonino Caruso, è stato condannato a risarcire 26.575.905,35 euro (pari al 90% del danno accertato), mentre il restante 10% del danno resta in capo ai tre revisori. Le somme saranno maggiorate della rivalutazione monetaria e degli interessi legali che saranno maturati al momento dell’effettivo pagamento.

Ma ribadiamolo, ché non guasta: davvero voi pensate che, dentro un ente locale, esistano professionalità in grado di valutare la rischiosità di operazioni finanziarie su cambi o assimilate, incluso l’immancabile rischio-Ponzi? E anche se tali professionalità vi fossero (ma non ci sono, fidatevi), voi pensate che la gestione dei saldi finanziari di un ente locale possa avvenire ricorrendo ad investimenti di questo tipo? Questo è un caso di stupidità patologica, da zecchini nell’Orto dei Miracoli, oppure c’è dell’altro? E la provincia di Palermo non è l’unica ad avere incenerito milioni di euro di denaro pubblico in questa piramide. Tra gli scienziati ci sono anche la Regione Puglia, la Provincia di Milano e quella di Monza, che assieme fanno un altro buco di 30 milioni di euro.

Pare quindi che gli schemi multilevel continuino a fare vittime in un paese notoriamente analfabeta di finanza ed economia. Ma ricchissimo anche di ipocrisia perbenista e progressista, come dimostra in modo palmare il caso di David Riondino, vittima del Madoff dei Parioli. Al quale Riondino aveva affidato in gestione 450.000 euro, incluso il nero detenuto all’estero dal noto artista. Quei soldi sono divenuti per magia ben 1,3 milioni di euro; ma solo sulla carta, e grazie al logoro ma sempre valido schema piramidale. Leggendo la ricostruzione della vicenda, sul sito di Riondino, non si sa se ridere o piangere.

Definitosi investitore a rischio “medio-basso”, il Nostro viene infinocchiato a manetta dai “gestori” dei Parioli, che gli promettono “titoli lenti” a rendimenti intorno al 5 per cento, ed altri “veloci”, che possono arrivare a rendere il 15-20 per cento, con un qualche “rischio di perdita”. La fine è nota ma leggetela per intero, se vi avanza del tempo: è davvero istruttivo. Del resto, uno che per ben sei volte riesce a scrivere brooker anziché broker, un po’ se l’è andata a cercare.

Ora Riondino non ha più la pensione, per sua stessa ammissione. Tra qualche anno dovremo quindi rinominare la “legge Bacchelli” in “legge Ponzi”?

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