Tra risparmio energetico e distruzione della domanda

Il prossimo 11 luglio la Russia chiuderà i rubinetti di Nordstream 1, il gasdotto che porta alla Germania, per dieci giorni di manutenzione programmata. In passato, questo era un non-evento perché Gazprom deviava i flussi sulle pipeline ucraine. Oggi esiste il fondato motivo di temere che il riavvio del flusso potrebbe non accadere o essere ulteriormente soffocato da Mosca, magari con la motivazione che le sanzioni occidentali impediscono riparazioni vitali alle stazioni di pompaggio e ai compressori.

Il timing da parte russa è del tutto fisiologico, verrebbe da dire “prevedibile”: ostacolare il riempimento europeo degli stoccaggi. Quale momento migliore che l’estate? Da questa situazione discendono alcune domande piuttosto scontate. Abbiamo, in Europa, piani contingenti di emergenza?

Il gigante tedesco da salvare

La domanda va girata alle autorità dei singoli paesi. La Germania, che sta vivendo la durissima punizione di un appeasement fatale verso Mosca, frutto anche dell’azione di una lobby domestica che per anni ha dirottato la politica estera, è impegnata nel salvataggio di Uniper, la utility che è il maggior compratore europeo di gas russo e che, a causa del taglio dei flussi da Mosca, è costretta ad approvvigionarsi sul mercato spot, a costi proibitivi che al momento non può girare ai clienti.

Qui è il punto: il governo tedesco si appresta a lanciare un bailout di Uniper sul modello di quello usato per Lufthansa in pandemia: prestiti di liquidità e ricapitalizzazione. Questo destino non sarà limitato alla Germania, anche se i tedeschi sono il caso eclatante. Secondo alcuni analisti, ai prezzi correnti Uniper perde 30 milioni di euro al giorno per approvvigionamento. Circa un miliardo di euro al mese.

Considerate questa situazione come la trasposizione su un ordine di magnitudine maggiore dei problemi del sistema britannico, che hanno portato al fallimento di molti fornitori di gas e luce. In quel caso, è stato il meccanismo del price cap, il limite massimo di spesa per le bollette, rivisto ogni sei mesi dall’autorità di mercato Ofgem, che ha impedito di recuperare i maggiori costi di approvvigionamento. Un sistema frammentato in una miriade di fornitori non sempre robusti sul piano finanziario e patrimoniale ha fatto il resto.

Ma il dissesto di Uniper è altro, ben altro. Veniamo poi all’altra criticità: esistono piani di razionamento, in caso di emergenza, nei singoli paesi? Verosimile che la risposta sia affermativa. Se così non fosse, saremmo di fronte a una negligenza criminale. Si può capire che le autorità non vadano a dettagliarli prima del tempo e che ciò sia necessario per evitare colpi al morale di consumatori e imprese. Ma esiste un limite oltre il quale la cittadinanza va trattata in modo adulto e resa consapevole.

A giudicare dai toni sempre più cupi del ministro dell’Economia tedesco, il Verde Robert Habeck, i tedeschi dovrebbero essere ormai consapevoli della situazione, pur partendo dalla premessa della loro “maturità collettiva” nelle reazioni alle crisi.

Gli energivori americani

La reazione delle autorità di fronte alla gravità della crisi varia da paese a paese. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’ossessione è sull’inflazione, il grande veleno versato nelle urne elettorali. Joe Biden non ha trovato di meglio che prendersela con le raffinerie e i distributori. Effettivamente, le prime si trovano a livelli di profittabilità senza precedenti. Forse qui ci starebbe anche una tassa sugli extra profitti ma negli Stati Uniti questo è tabù assoluto e quindi meglio usare la moral suasion e rimettersi al buon cuore delle aziende beneficiate. Che comunque pagheranno le imposte ordinarie, prima o poi.

Eppure, e malgrado il fatto che gli americani siano consumatori compulsivi di energia e ogni dollaro di Pil consumi il 55% di energia più degli europei, ancora non si vedono all’orizzonte misure di risparmio energetico. Pare che la sola idea di distruggere domanda sia una sorta di bestemmia. Al punto che Biden, mosso dall’angoscia inflazionistica ma sbagliando obiettivo e strumento, ha chiesto al Congresso una demenziale gas tax holiday, la sospensione per tre mesi delle accise federali sui carburanti, in coincidenza con la summer driving season, che negli USA è rito collettivo intangibile.

Niente risparmi energetici, siamo americani. Chi dovesse applicarli, finirebbe nella pattumiera della storia come un novello Jimmy Carter. Quindi, si va avanti con strigliate mediatiche rituali e impotenza reale, attendendo che la domanda si distrugga ma al contempo sostenendola e rinviando l’aggiustamento, rendendolo per forza di cose più doloroso. È la politica.

Tra risparmio energetico e distruzione della domanda

Torniamo all’Europa e all’Italia. I prezzi forward a un anno dell’elettricità tedesca sono stamane a 328 euro al megawattora, un prezzo non sostenibile. L’incoerenza temporale si frappone tra distruzione della domanda e strategie di conservazione dell’energia. La seconda richiede fondi pubblici per finanziare su base massiva l’efficientamento energetico degli elettrodomestici, ad esempio pompe di calore al posto di caldaie a gas. Ma questa strada è lunga e si schianterebbe contro l’impennata di prezzi delle forniture e ostruzioni delle catene di fornitura.

Resta quindi il primo sentiero doloroso, la distruzione della domanda. Dove tuttavia pare siamo ancora indietro. Ieri, in un editoriale su La Stampa, Davide Tabarelli, che è un noto addetto ai lavori, ha segnalato che in Italia

I dati dei primi 5 mesi ci dicono che l’Italia sta consumando più o meno come l’anno scorso, con solo un leggero calo dell’1,7%, nonostante prezzi raddoppiati alle famiglie e quintuplicati alle imprese. Viene a mente quello che dicono i mediatori, i traders, che i prezzi non sono mai troppo alti fino a che la domanda non crolla; qua di crollo proprio non ce n’è.

Non sappiamo come è andata da giugno a oggi ma, con questi dati, effettivamente distruzione di domanda pare non essercene. Anche se è verosimile ritenere che da un certo punto in avanti i nodi arrivino al pettine simultaneamente, e la domanda crolli.

Anche se è espressione logora, dire che siamo in una tempesta perfetta è inevitabile. I mercati del gas e dell’elettricità sono così tirati che basta la notizia di uno sciopero in Norvegia per fare schizzare del 10% il prezzo del gas sul mercato a termine olandese. Ormai passiamo le giornate a scrutare con ansia cosa accade in Libia o in Ecuador, o se l’incendio alla raffineria romena è stato domato e che conseguenze potrebbe avere; o quanto ci vuole per ripristinare il terminal LNG texano che porta in Europa le navi gasiere; o se e come tira il vento sul Mare del Nord o se arriverà pioggia o saremo costretti a sacrificare produzione idroelettrica donando l’acqua degli invasi all’agricoltura.

L’editoriale di Tabarelli si intitola “Gas, Draghi si prepari al razionamento“. Al netto delle abituali nequizie dei titolisti, sarebbe forse meglio scrivere “gli italiani si preparino al razionamento”, visto che si ritiene che Draghi e il governo abbiano dei contingency plan. E forse, ribadisco, sarebbe meglio esplicitare questa eventualità, senza timore di “turbare” i giochi con racchettoni sulle spiagge. Perché aiutare una popolazione a diventare adulta deve sempre essere la via maestra e l’obiettivo di un governo. Per tutto il resto, c’è il populismo.

Foto di Colin Behrens da Pixabay

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