Quel keynesiano di Bernanke

Nei giorni scorsi, intervenendo alla conferenza della National Association of Business Economics, l’associazione degli economisti aziendali statunitensi, ha segnalato che l’economia statunitense soffre di una carenza di domanda aggregata. Tutto serve, quando si tratta di tenere aperta la porta a nuovi stimoli monetari.

In particolare, Bernanke ha detto:

«L’attuale elevato livello di disoccupazione di lungo termine è soprattutto il risultato di fattori ciclici, come una insufficiente domanda aggregata, o di cambiamenti strutturali, come un mismatch in via di peggioramento tra capacità dei lavoratori e richieste dei datori di lavoro. Oggi argomenterò che, anche se forze sia cicliche che strutturali hanno indubitabilmente contribuito all’aumento nella disoccupazione di lungo termine, la continua debolezza nella domanda aggregata è probabilmente il fattore predominante»

Ormai poche funzioni e missioni hanno una valenza politica come quella del banchiere centrale, e questo intervento lo conferma appieno. Bernanke sta cercando il modo (il pretesto?) di iniettare nuovo stimolo nel sistema, e la cosa potrebbe inevitabilmente beneficiare le probabilità di rielezione di Obama. Quello che colpisce, a oltre quattro anni dall’inizio della crisi, è che ancora non esistano letture della sua genesi che siano sufficientemente condivise e consolidate.

A lume di naso, anche a noi pare che una crisi finanziaria tenda a produrre un buco di domanda aggregata, ma noi siamo nessuno. La verità è che servirebbe (serviva) un mix di interventi tra sostegno della domanda aggregata e riforme supply side. Credere, come ancora qualcuno fa, che basti eliminare gli “attriti” sul mercato del lavoro e magicamente tutto andrà a posto, è il modo migliore per avere risvegli piuttosto traumatici.

Altrettanto probabilmente serviva, a inizio crisi, uno stimolo pubblico non in termini di esclusivi o prevalenti tagli d’imposte quanto di spesa pubblica, diretta soprattutto verso i soggetti che hanno vincoli di liquidità e che quindi tendono a spendersi pressoché tutto quello che ricevono. Allo stesso modo, serviva forse un piano straordinario di infrastrutturazione pubblica se è vero (come è vero) che il livello di usura ed obsolescenza delle strutture viarie americane è piuttosto elevato. Anche senza scomodare soluzioni “socialiste” come l’alta velocità ferroviaria. Peraltro, con interventi di questo tipo, sarebbe anche stato possibile ridurre l’impatto negativo sul settore delle costruzioni e sulla sua occupazione, che invece allo stato attuale rappresenta la componente probabilmente più “strutturale” (leggasi permanente) della crisi americana, visto lo sboom immobiliare.

Il problema, naturalmente, resta quello dell’efficacia ed efficienza di interventi di spesa pubblica. Se dovessimo toglierci i nostri occhiali italiani, quelli le cui lenti ci hanno ormai abituato (con ragione) a scorgere mafia e criminalità politico-affaristica in ogni appalto pubblico, forse dovremmo ammettere che esistono, in giro per il mondo, paesi in cui il controllo sociale della spesa pubblica è ben più rigoroso di quello che avviene da noi. Qualcosa su cui riflettere, anche per non essere pregiudizialmente contrari all’uso della spesa pubblica, quando sarebbe effettivamente utile. Così eviteremmo, soprattutto noi italiani, etichette ideologiche e guerre di religione tra keynesisti ed “offertisti” che alla fine servono solo a produrre frastuono e non soluzioni.

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