Fuori bilancio non sono solo gli italiani

Oggi sul Sole ci sono due articoli. Ce ne sono decine, in realtà, come ogni giorno. Ma ci sono due articoli che, giustapposti, risultano molto interessanti per dare una visione d’insieme di alcuni fenomeni europei e di altrettanti luoghi comuni, assai duri a morire.

Il primo è un commento di Roberto Perotti, uno dei più efficaci editorialisti economici italiani. Il quale stigmatizza la pratica dell’occultamento fuori bilancio dei debiti nazionali, ricordando che tale pratica sarà possibile con il fondo salva-stati ESM, che ha lo status di “istituzione internazionale della Ue”, e di conseguenza può mettere a leva il capitale effettivamente versato dagli stati membri (80 miliardi a regime su una dotazione totale di capitale di 700 miliardi di euro). Ci sono quindi 620 miliardi di euro di callable capital, che i paesi membri devono sborsare solo in caso di mancato rientro, totale o parziale, dei crediti concessi. Si tratta, quindi, di contingent liabilities, che come tali non entrano nel computo del debito nazionale,  a differenza del fondo Efsf, il cui indebitamento ricade invece in immediato rapporto 1:1 sul debito dei singoli stati nazionali.

Perotti stigmatizza anche, in Italia, il trasferimento alla Cassa Depositi e Prestiti di Fintecna e Sace, con un introito di dieci miliardi di euro che andrà a riduzione dello stock di debito nazionale. Queste non sono privatizzazioni, dice giustamente Perotti, ma solo espedienti contabili per spostare debito pubblico fuori dal perimetro di consolidamento del settore pubblico. Ciò accade perché, dal 2003, la Cassa Depositi e Prestiti è divenuta una SpA, anche se di fatto resta pubblica. Tutto verissimo, per carità. E qui torna utile l’altro articolo del Sole di oggi, a firma di Alessandro Merli, che spiega come funziona la “cugina” tedesca della CDDPP, il Kreditanstalt für Wiederaufbau (Istituto per il credito alla ricostruzione), per gli amici KfW, istituito nel 1948 nell’ambito del Piano Marshall.

Le funzioni di KfW sono simili a quelle della nostra Cassa,  la quale si indebita per la quasi totalità attraverso i buoni postali, mentre il KfW lo fa ricorrendo ad emissioni obbligazionarie garantite dal sovrano tedesco, il che consente all’istituto di godere di costi di provvista estremamente bassi. Anche nel caso di KfW, il suo indebitamento resta esterno al perimetro della P.A. La nostra CDDPP ha un rapporto di leva finanziaria inferiore a quello di KfW, peraltro.

Non solo: KfW ha in pancia il 30 ed il 17 per cento rispettivamente di Deutsche Post e Deutsche Telekom, in attesa di una privatizzazione per la quale “non vi è fretta”, come osserva maliziosamente Alessandro Merli. Attendendo la reprimenda di Perotti anche contro la Germania, visto che KfW ha un attivo di 500 miliardi di euro ed un’altissima leva (il che significa che la Bundesrepublik garantisce quasi altrettanto debito), appare chiaro che non si inventa nulla e che la prassi dei veicoli di debito sovrano fuori bilancio non è invenzione né prerogativa dei furbetti italiani. Lo sapevamo da tempo, ma ribadirlo non guasta.

Che fare, quindi? Diventare ben più tedeschi dei tedeschi e spingere per riportare entro il perimetro di consolidamento dei conti pubblici anche queste Casse di secondo livello? Andate a dirlo anche ai francesi, con la loro Caisse des Dépots et Consignations. L’esistenza di queste strutture suggerisce che l’effettivo stock di debito europeo è più elevato delle definizioni ufficiali, e che quindi metterlo ad ulteriore leva (ad esempio attraverso la Bce), aumenterebbe la rischiosità di tutta la costruzione. Ma il maggior rischio sarebbe comunque reso sostenibile dal ritorno alla crescita, mentre si fanno le riforme in un contesto federale. La scelta è quindi: andiamo all-in o andiamo in default?

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