Francia, il drenaggio fiscale come arma della disperazione

Presentato oggi il progetto di bilancio francese per il 2013. Si tratta, come già noto, di una manovra ferocemente squilibrata dal versante delle entrate, con 15,8 miliardi di rialzi d’imposta a cui si aggiungono altri 4 miliardi di imposte indirette e contributi, per finanziare la Sécurité Sociale.

Colpite soprattutto le grandi imprese, che perderanno molte esenzioni e deduzioni, ad aliquota invariata, e le famiglie a maggior reddito, per mezzo di un nuovo scaglione d’imposta al 45 per cento oltre che della famosa super-aliquota Irpef del 75 per cento per redditi oltre il milione di euro, che dovrebbe colpire 2-3.000 persone (che il premier Jean-Marc Ayrault ha già definito, con pregevole senso dell’umorismo, “patrioti fiscali”) e fruttare una miseria di gettito, ottimisticamente stimato in “alcune centinaia di milioni”, ma che alla fine potrebbe determinare la sottrazione di miliardi di euro di imponibile al fisco francese, per vie perlopiù lecite come l’espatrio fiscale.

Una decina di miliardi dovrebbero venire dal blocco della spesa pubblica (escluse istruzione, pensioni e servizio del debito), una misura che da sempre appare piuttosto velleitaria. Notevole il fatto che il governo francese faccia affidamento su minori oneri per servizio del debito pari a 700 milioni di euro. Capita, quando si è beneficiati dalla sorte e dalla Banca Nazionale Svizzera.

Nella finanziaria c’è anche un giochetto per specialisti. Il governo francese infatti fa cassa anche col fiscal drag, avendo deciso per il 2013 di non indicizzare all’inflazione gli scaglioni d’imposta. In tal modo, l’aumento nominale dei redditi finirà con l’essere tassato di più, data la struttura progressiva delle aliquote. L’indicizzazione delle aliquote per impedire il drenaggio fiscale è una misura di civiltà: non sorprende quindi che in Italia non sia mai stata realmente applicata. Ma con questa mossa anche il governo francese entra nel novero dei bari fiscali sovrani. Per compensare da tale drenaggio fiscale i soggetti a basso reddito, è stato deciso di aumentare per essi la detrazione d’imposta.

Ma quale è la ratio della manovra francese, al di là della sua caratterizzazione “ideologica” di sinistra? Semplice: che il modello economico francese poggia pesantemente sui consumi delle famiglie, che oggi rappresentano il 56 per cento di Pil. Ogni manovra volta a rilanciare la competitività delle imprese, e finanziata a scapito delle famiglie, causerebbe un profondo impatto negativo sulla crescita francese. Da qui, la scelta della composizione della manovra, che è molto penalizzante per le grandi imprese. Anche la stessa scelta di accentuare la progressività fiscale e di proteggere o aumentare il potere d’acquisto dei redditi più bassi, poggia sulla considerazione che questi redditi hanno maggiori vincoli di liquidità, e quindi che tendono a spendere tutto o gran parte dell’aumento di reddito disponibile, a differenza dei redditi più elevati. Come direbbero alcuni economisti da salotto, in questi casi il moltiplicatore è molto elevato. In tal modo, i consumi domestici verrebbero alimentati e sorretti, almeno in prima approssimazione.

Ma una manovra del genere fa i conti senza l’oste della delocalizzazione, di capitale e delle persone fisiche ad alto reddito. E’ palese che questa costruzione fiscale non può che affascinare la nostra sinistra, che vedrà in essa la soluzione ai mali del mondo, al netto della realtà. Ma se François Hollande perderà la sua scommessa, la Francia si ritroverà con un modello economico fallito, e dovrà pagarne le pesantissime conseguenze.

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